mercoledì, Ottobre 14, 2026
Parco Paranoico

Lumina, C’mon Tigre

Mik Brigante Sanseverino Ottobre 5, 2026 Dischi Nessun commento su Lumina, C’mon Tigre

Influenze molteplici — dal jazz all’afrobeat, passando attraverso continue e seducenti escursioni nei territori della sperimentazione e della psichedelia — conferiscono spessore e profondità a “Lumina”, un disco che riesce ad essere antico e contemporaneo, memoria e proiezione, radice e movimento. C’è dentro la nostalgia per un’epoca che abbiamo ormai attraversato e, forse, definitivamente perduto, ma anche il desiderio ostinato di continuare a viaggiare — emotivamente, geograficamente, musicalmente — nei meandri tecnologici dell’immediato presente.

È come se i C’mon Tigre cercassero di piantare antiche radici rock dentro un terreno continuamente mutevole, lasciandole crescere in una costante osmosi tra Nord e Sud, Est e Ovest, passato e futuro. Radici che non servono a restare fermi, ma, al contrario, a trovare la forza necessaria per spostarsi ancora, contaminarsi, assumere altre forme. Perché “Lumina” sembra suggerire che un’identità musicale abbia senso soltanto quando accetta di essere attraversata da ciò che proviene da altrove.

È anche una questione di altezza, di punto d’osservazione. Il nuovo lavoro dei C’mon Tigre sceglie, infatti, una prospettiva sufficientemente ampia da trasformare la ricerca musicale in una visuale quasi panoramica: uno sguardo a trecentosessanta gradi sul bacino mediterraneo e sulle sue infinite diramazioni culturali, senza alcun timore dell’invasione, della contaminazione o della commistione. Anzi, è proprio nello sconfinamento che queste composizioni sembrano trovare la propria ragione più profonda.

Non esistono frontiere da difendere, ma linguaggi da mettere in comunicazione. Non identità da preservare nella loro presunta purezza, bensì sguardi complementari capaci di convivere e di tenere insieme elementi apparentemente lontani, quando non apertamente contrastanti. La musica diventa, allora, uno spazio comune nel quale le differenze non vengono cancellate: rimangono riconoscibili, entrano in attrito, si sfiorano e, infine, generano qualcosa che prima non esisteva. Persino l’elettronica, in questo paesaggio, smette, definitivamente, di apparire come una creatura aliena contrapposta alla dimensione organica degli strumenti. È piuttosto una materia connettiva, un sistema nervoso che permette ad idiomi e latitudini differenti di comunicare tra loro. Ogni contributo sonoro sembra così finalizzato alla costruzione di un tessuto unico e deliberatamente irriconoscibile, meticcio e pacifico, nel quale diventa progressivamente difficile stabilire dove termini una tradizione e dove ne cominci un’altra.

È precisamente in questa indeterminatezza che “Lumina” trova una parte importante del proprio fascino. Corpo e spirito, fantasia e tecnica, luce e oscurità, ritualità e sovversione finiscono per appartenere al medesimo universo sonoro. Non sono più poli inconciliabili, ma forze che si alimentano reciprocamente, ridefinendo di continuo le architetture espressive del disco. E allora anche gli ambienti cambiano. Quello che, inizialmente, potrebbe sembrare il suono di un club underground nascosto nelle viscere di una città enorme — insonne, caotica, attraversata da impulsi elettrici e vorace di esistenze, parole, immagini, dati e passioni — viene lentamente trasportato altrove. Le pareti scompaiono, il cemento si dissolve, le luci artificiali si confondono con quelle dell’alba.

Resta il ritmo, ma cambia il paesaggio. Ed eccoci improvvisamente davanti al mare, dentro una foresta o ai margini di un deserto, immersi in una natura selvaggia che non rappresenta il contrario della tecnologia, ma la sua possibile prosecuzione. Come se il viaggio di “Lumina” consistesse proprio nel ricongiungere ciò che la contemporaneità ci ha abituati a considerare separato: l’arcaico e il digitale, il rito e la macchina, il battito umano e quello elettronico.

I C’mon Tigre abitano questa terra di mezzo senza cercare di risolverne le contraddizioni. Preferiscono attraversarle, lasciando che siano ritmo, materia sonora e immaginazione a costruire ponti là dove siamo abituati a vedere confini. E, forse, è proprio questa la luce evocata dal titolo: non qualcosa che illumina ogni cosa rendendola finalmente nitida, ma un bagliore mobile che permette, almeno per qualche istante, di vedere, contemporaneamente, direzioni diverse.

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About The Author

Michele Sanseverino è un ingegnere elettronico amante della poesia, della letteratura, dei viaggi e della musica. Creatore della webzine musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e membro dello staff di Indie For Bunnies (www.indieforbunnies.com), ama raccontare la musica, i dischi, i luoghi, i concerti, senza mai perdere di vista il nostro presente. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli pubblicati su Paranoid Park ed Indie For Bunnies che ripercorrono un po' del nostro cammino dalla fine della pandemia. Altre raccolte di poesia: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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