mercoledì, Ottobre 14, 2026
Parco Paranoico

Balconica: la vita dai balconi

Mik Brigante Sanseverino Ottobre 5, 2026 Eventi Nessun commento su Balconica: la vita dai balconi

Ci sono luoghi che mostrano le ferite del tempo senza provare a nasconderle. Luoghi nei quali le stratificazioni degli anni, le scelte buone e cattive degli esseri umani, gli abbandoni, le resistenze e le trasformazioni restano evidenti, diventando insieme monito e testimonianza. Qui il passato non è una fotografia ingiallita da custodire con nostalgia, ma qualcosa che continua a respirare dentro il presente, costringendolo a confrontarsi – continuamente – con i fatti, i volti e le voci che lo hanno preceduto. Voci che ancora oggi possono scuoterlo, ispirarlo, avvelenarlo oppure spingerlo a fuggire via. Perché ogni luogo, in fondo, ha una propria storia da raccontare. E ogni storia è fatta tanto di ciò che rimane, quanto di ciò che scompare.

Il Cilento è anche questo. Una terra nella quale la bellezza non riesce a cancellare le contraddizioni, e, forse, proprio per questo continua ad avere qualcosa da dire oltre le immagini da cartolina, oltre le coste affollate, oltre le traiettorie più turistiche e commercialmente appetibili. Nell’entroterra, dove le strade si restringono e i paesi sembrano, talvolta, aggrapparsi alle montagne per non essere trascinati altrove dal tempo, sopravvivono altre possibilità di racconto.

“Balconica” è una di queste.

Una storia collettiva prima ancora che un festival: un percorso umano, organizzativo e sonoro che da undici edizioni attraversa il piccolo borgo di Futani, circondato da una natura ancora selvatica e, allo stesso tempo, non troppo distante dal mare. Una posizione apparentemente laterale rispetto ai grandi flussi, che diventa, invece, il punto privilegiato dal quale osservare ciò che accade tutt’intorno.

Accompagnati da quello che sembra un autunno con addosso ancora i panni di un’estate che non vuole finire, abbiamo così potuto assaporare, per qualche ora, la vita dai balconi. Che non è necessariamente una vita migliore. È, semplicemente, una vita vista da un’altra altezza.

Perché quando sei in basso, costretto a rincorrere impegni, scadenze e necessità, impegnato a costruire e distruggere rapporti e relazioni, a coltivare vergogne, paure, desideri o miserie, molte cose non riesci più a vederle. Oppure smetti, lentamente, di accorgerti che esistono.

Laggiù ristagna l’amarezza degli stupidi, proliferano quelle piccole cattiverie quotidiane che ci rendono sempre più insensibili e solitari. Un rumore di fondo continuo nel quale serpi in seno, slogan a buon mercato, ossessioni da instagrammare e verità confezionate per essere consumate velocemente finiscono per confondersi. Applichiamo filtri virtuali alle nostre esistenze per sembrare sempre più giulivi, sempre più felici, sempre più interessanti. E finiamo per diventare sempre più falsi. Sempre più vuoti.

Da un balcone, invece, la prospettiva cambia. Non perché la distanza risolva le contraddizioni o renda, automaticamente, più saggi, ma perché permette, almeno, di riconoscerne la forma. Di osservare la strada e, contemporaneamente, chi la attraversa. Di ascoltare il rumore senza esserne completamente inghiottiti.

“Balconica”, allora, è stata certamente suono, ma anche prospettiva. E, soprattutto, confronto: con sé stessi, con gli altri e con una realtà circostante fatta di persone, distorsioni, corpi e visioni meticce. Una realtà che non chiede, necessariamente, di essere ordinata, classificata o resa innocua, ma semplicemente attraversata. L’undicesima edizione ha dato forma a tutto questo attraverso esperienze sonore differenti, chiamate non soltanto a occupare uno spazio ma, in qualche modo, a modificarlo.

Fisicamente e materialmente pressante è stata la performance dei Putan Club, capace di trasformare il suono in materia, attrito, presa di posizione. La loro musica sembra nascere dalla necessità di sbattere una porta in faccia all’invasione permanente alla quale siamo sottoposti: consigli per gli acquisti travestiti da desideri, teorie semplicistiche vendute come soluzioni universali, politiche populiste, parole d’ordine, algoritmi che suggeriscono cosa ascoltare, cosa comprare, cosa pensare e, persino, cosa desiderare. Un assedio morbido e apparentemente innocuo che, proprio per questo, riesce a essere ancora più invasivo. Il duo italo-francese risponde con una visione dall’alto che non ha nulla di rassicurante: spudorata, sferzante, anarchica. Non cerca di compiacere e non sembra interessato a offrire vie di fuga confortevoli. Il suono aggredisce, scuote, mette in discussione; diventa un gesto fisico prima ancora che musicale, un modo per ricordarci che esiste ancora la possibilità di dire no, di sottrarsi, di produrre rumore quando tutto intorno pretende obbedienza e silenzio.

Anche il concerto dei The Devils è stato un’esperienza appassionante e profondamente corporea. Il loro blues-rock guarda inevitabilmente al passato, alle sue radici più primitive, sporche e carnali, ma riesce a nutrirsi di futuro. Ed è proprio qui che evita il rischio più grande per qualsiasi musica che lavori con linguaggi storicamente così riconoscibili: trasformarsi nel tributo nostalgico a un’epoca definitivamente conclusa. Nel duo napoletano quel passato diventa, invece, carburante espressivo e musicale. Il blues, il rock’n’roll, il garage-rock, la ripetizione ossessiva, il ritmo e la fisicità non servono a ricostruire un tempo perduto, ma diventano il veicolo più adatto – incalzante, pressante, quasi rituale – per raschiare via i substrati tossici di menzogne, convenzioni e paure che, quotidianamente, ci immobilizzano. Per qualche momento il corpo torna così a essere corpo. Il rumore torna a essere rumore. E le nostre anime inquiete, quelle rimaste laggiù, sotto i balconi, hanno, finalmente, la possibilità di respirare di nuovo. Di parlarsi. Di riconoscersi. Forse persino di amarsi.

E poi di riprendere il cammino.

Non necessariamente lungo strade facili. Non necessariamente lungo quelle già tracciate, illuminate, consigliate dagli algoritmi o approvate dalla maggioranza. Possono essere strade laterali, accidentate, poco frequentate. Possono attraversare paesi lontani dai grandi flussi, fermarsi davanti a una casa, salire una scala e arrivare fino a un balcone. Da lassù il mondo non diventa, improvvisamente, migliore. Ma forse, almeno per qualche ora, riusciamo a vederlo. E a ricordarci che, nonostante tutto, siamo ancora vivi.

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About The Author

Michele Sanseverino è un ingegnere elettronico amante della poesia, della letteratura, dei viaggi e della musica. Creatore della webzine musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e membro dello staff di Indie For Bunnies (www.indieforbunnies.com), ama raccontare la musica, i dischi, i luoghi, i concerti, senza mai perdere di vista il nostro presente. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli pubblicati su Paranoid Park ed Indie For Bunnies che ripercorrono un po' del nostro cammino dalla fine della pandemia. Altre raccolte di poesia: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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