mercoledì, Ottobre 14, 2026
Parco Paranoico

Trainspotting: 30° anniversario

Mik Brigante Sanseverino Ottobre 14, 2026 Video Nessun commento su Trainspotting: 30° anniversario

Ci sono film che appartengono al proprio tempo e che, proprio per averlo raccontato senza addolcirne le contraddizioni, continuano a parlarci anche quando quel tempo sembra, oramai, lontano. Trainspotting, che torna nelle sale il 19, 20 e 21 ottobre, in versione restaurata in 4K, per il suo trentesimo anniversario, conserva questa forza: sotto la frenesia, la musica, le risate, il caos e l’irriverenza, pulsa, ancora, una ferita che non abbiamo imparato a curare.

Il romanzo di Irvine Welsh e il film di Danny Boyle affondano le radici nella Scozia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, mescolando drammi, tragedie, improvvisi momenti di spensieratezza e una comicità capace di affiorare, persino, nelle situazioni più disperate. La risata convive con il disgusto, l’euforia precede il crollo, la complicità si incrina nel tradimento. È anche questa instabilità a rendere libro e film così vivi: il dolore non occupa ogni istante dell’esistenza, ma può infiltrarsi anche nei momenti in cui ci sembra di averlo dimenticato. Libro e film sono diventati, di conseguenza, riferimenti fondamentali per le generazioni che li hanno incontrati al momento della loro uscita, riconoscendovi un linguaggio, un’inquietudine, un modo feroce di guardare il mondo. Eppure, oltre le vicende di Renton e dei suoi compagni di Edimburgo, oltre la provocazione e le immagini entrate nella memoria collettiva, rimane un senso di amarezza difficile da dissipare. È il vuoto che accompagna la dipendenza, che la precede e che, spesso, sopravvive a ogni tentativo di liberarsene.

Una dipendenza che, nella lettura che possiamo darne oggi, si estende a tutto ciò con cui cerchiamo di riempire le nostre giornate. Abitudini, consumi, rituali, stimoli continui: qualcosa che ci faccia sentire impegnati, soddisfatti, coinvolti, appagati. Ci muoviamo, rispondiamo, desideriamo, accumuliamo. Intanto, possiamo continuare ad annaspare dentro esistenze ovattate, nelle quali ogni spazio è occupato e sempre meno spazio viene concesso a ciò che sentiamo davvero. Anche una vita apparentemente piena può assumere una forma mostruosa e disumana, quando non ci permette più di riconoscere il nostro dolore.

È qui che Trainspotting conserva una bruciante attualità. Il vuoto è un mostro vorace: consuma, sconvolge, può uccidere. Eroina, cocaina, alcol e sostanze sintetiche diventano strumenti micidiali attraverso cui cercare una tregua, sospendere il peso dei ricordi, rendere meno nitido il passato, anestetizzare l’infelicità. Il sollievo si paga con altra sofferenza, eppure la promessa di quel sollievo continua a esercitare il proprio richiamo. Anche l’overdose di social, pur con conseguenze e pericoli profondamente diversi, può rispondere al medesimo desiderio di sottrarsi a qualcosa: scorrere immagini fino a non avvertire più le ore, esporsi continuamente alla vita degli altri per non sostare nella propria, cercare un nuovo stimolo appena il precedente smette di distrarci. In questa prospettiva, il gesto di osservare e contare i treni può diventare una metafora dell’attesa, del tempo occupato per renderlo sopportabile. Nel romanzo, il richiamo al trainspotting risuona proprio in una stazione dismessa, dove i treni non passano più: un’immagine desolante di immobilità, di una partenza che non arriva più.

Chi guarda da fuori, e magari non conosce la medesima condizione di sofferenza, vede soprattutto l’inutilità di quei gesti. Perché aggiungere altro male a un’esistenza già ferita? Perché aggravare un substrato di malessere e di perdizione? La domanda attraversa il film e raggiunge il presente, ma il giudizio di chi osserva raramente riesce a comprendere il bisogno di chi cerca una via di fuga. Ciò che dall’esterno appare assurdo può essere vissuto, dall’interno, come l’unica pausa possibile. Una pausa distruttiva, destinata a rendere tutto peggiore, ma capace, per un momento, di allentare la presa del dolore.

Trainspotting ci lascia davanti a questa contraddizione, senza renderla confortevole. I suoi personaggi ci fanno ridere, ci respingono, ci coinvolgono, ci attraggono; possono essere crudeli, fragili, insopportabili, disperatamente umani. E, forse, è proprio questo che continua a chiedere il film: maggiore considerazione per ciò che si nasconde dietro un comportamento, maggiore umanità verso chi non riesce a trovare un modo diverso di abitare la propria esistenza. Il vuoto viene continuamente riempito, quando avrebbe bisogno, prima di tutto, di essere ascoltato. Poi “Perfect Day” riverbera tra le immagini. La voce di Lou Reed porta con sé una dolcezza che rende ancora più lacerante ciò che vediamo: la promessa di un giorno perfetto si posa sulla fragilità di un corpo, sul confine tra abbandono e annientamento. La musica apre una distanza dolorosa tra ciò che desideriamo e ciò che ci sta accadendo.

Quel giorno perfetto, inteso come una felicità senza crepe, non esiste. È un’invenzione mediatica, una febbre virtuale, una fissazione morbosa che, oggi, trova infinite superfici sulle quali riflettersi. Deve essere mostrato, certificato, riconosciuto dagli altri. Ogni esperienza sembra chiamata a dimostrare che siamo felici, mentre il tempo continua a passare e la vita conserva tutta la propria irriducibile imperfezione. Questo mondo, sempre più tecnologico, fatica ad accettare le stagioni che ci cambiano, i corpi che diventano più fragili, i ricordi che non possiamo correggere. Cerca filtri, distrazioni, anestesie, droghe; pretende di trattenere la giovinezza e di rendere invisibile la sofferenza. A trent’anni di distanza, Trainspotting ci restituisce ancora quella sofferenza nella sua forma scomposta, grottesca, a tratti comica e infine terribile. E ci lascia una domanda che nessun restauro può rendere meno urgente: quanto delle nostre giornate serve a vivere, e quanto serve, invece, soltanto a non sentire?

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About The Author

Michele Sanseverino è un ingegnere elettronico amante della poesia, della letteratura, dei viaggi e della musica. Creatore della webzine musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e membro dello staff di Indie For Bunnies (www.indieforbunnies.com), ama raccontare la musica, i dischi, i luoghi, i concerti, senza mai perdere di vista il nostro presente. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli pubblicati su Paranoid Park ed Indie For Bunnies che ripercorrono un po' del nostro cammino dalla fine della pandemia. Altre raccolte di poesia: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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