La vita fluisce. La vita è movimento. E non potrebbe essere altrimenti, perché nell’immobilità si annidano la resa, l’assuefazione, la sofferenza, infine la morte. È da questo seme primordiale, da questa necessità quasi biologica di muoversi e trasformarsi, che Marta Salogni e Stefano Pilia sembrano far germogliare “Phren”: un album dinamico, sperimentale, improvvisato, costruito in una indispensabile osmosi con tutto ciò che appartiene alla dimensione del live, alla musica nel momento stesso in cui accade, al palco, al pubblico, allo spazio che la accoglie e alla continua, instancabile manipolazione della materia sonora.
Rumori, loop, feedback, frammenti, riverberi, interferenze e stati d’animo individuali e collettivi entrano così in un organismo che non possiede mai una forma definitiva. “Phren” respira, muta, si espande e si contrae. Non sembra voler fissare la musica dentro una struttura, quanto piuttosto osservarla, mentre essa diviene qualcosa d’altro, lasciandola libera di reagire agli ambienti, alle presenze, agli imprevisti, alle tensioni che attraversano chi suona e chi ascolta.
E tutto sembra nascere e crescere dentro un elemento acquatico, come accadde sul nostro pianeta agli albori stessi della vita, quando le prime cellule iniziarono il viaggio straordinario, miracoloso, forse persino divino, ma nello stesso tempo drammatico, crudele e spietato, che, attraverso miliardi di trasformazioni, le avrebbe condotte fino al presente. L’acqua diventa allora molto più di un’immagine: è principio generatore, materia instabile, memoria ancestrale. È qualcosa che non può essere realmente imprigionato, perché aggira gli ostacoli, penetra nelle fessure, cambia forma senza perdere la propria natura. Allo stesso modo Marta Salogni e Stefano Pilia attraversano il presente: lo ascoltano e lo suonano, ne assorbono le inquietudini e ne intercettano le possibilità, cercando una via di fuga da tutto ciò che conduce all’isolamento, al vuoto, alla distruzione, alla disumanità, all’abisso. A questa deriva contrappongono un principio altrettanto antico e irriducibile: quello della creatività, della fantasia e dell’immaginazione, forse il tesoro più prezioso e il miracolo più autentico posseduto dagli esseri umani.
Flussi di chitarre e macchine a nastro si interpolano nello spazio, si cercano, si sovrappongono, si contaminano. Il gesto umano e la macchina non vengono posti necessariamente in opposizione: la tecnologia diventa materia da piegare, deformare, interrogare. Conoscenza e memoria non servono a riprodurre ciò che è già stato, ma diventano strumenti attraverso i quali plasmare nuove visioni e nuovi orizzonti. Per questo “Phren” non teme le pause, le fratture, i salti, le deviazioni, le evoluzioni non previste. Anzi, sembra trovare proprio nell’imprevisto una delle proprie ragioni d’essere. Ogni interruzione può trasformarsi in un nuovo inizio, ogni rumore può diventare linguaggio, ogni errore aprire una strada che pochi istanti prima semplicemente non esisteva. È musica che procede senza la necessità di conoscere in anticipo la propria destinazione, perché ciò che conta non è tanto arrivare quanto continuare a muoversi.
E il titolo finisce così per assumere un significato ancora più profondo. “Phren” non indica soltanto una parte fisica di noi stessi, qualcosa che appartiene al corpo, al respiro, al movimento che ci mantiene in vita. È anche uno spazio intimo e personale, il luogo invisibile dal quale sembrano scaturire idee, emozioni, desideri e sentimenti. Ma questi non nascono semplicemente per riverberare all’interno di anime silenziose e isolate. Devono uscire. Devono attraversare altri corpi, incontrare altre sensibilità, modificarsi nel contatto. Devono creare connessioni, intrecciare quelle reti umane che esistono da sempre, da millenni, da molto prima che robot e intelligenze artificiali facessero il loro ingresso sulla scena.
Ed è forse proprio qui che “Phren” rivela la propria natura più profondamente contemporanea: utilizzare macchine, nastri, circuiti, amplificazioni e manipolazioni sonore non per sostituire l’umano, ma per amplificarne la capacità di immaginare e di entrare in relazione. Perché la tecnologia può moltiplicare il suono, deformarlo, conservarlo, restituirlo sotto altre forme; ma ciò che mette realmente in moto questo organismo resta qualcosa di antico, fragile e ostinatamente umano. Il desiderio di comunicare. Di trasformarsi. Di continuare a fluire.






















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