venerdì, Maggio 24, 2024
Il Parco Paranoico

Corpi. Donne. Rock

Mik Brigante Sanseverino Aprile 12, 2024 Parole Nessun commento su Corpi. Donne. Rock

I corpi di “Bodies” sono feti senza vita. John Lydon, infatti, narrò, in un’intervista, che la madre avesse subito, nel corso della propria esistenza, alcuni aborti, che i feti fossero stati gettati nei gabinetti e che, spesso, fossero, addirittura, visibili e riconoscibili parti del corpo. Ricordi atroci, che, quando i Pistols incrociarono il proprio cammino con quello di Pauline, la ragazza affetta da schizofrenia che, si narra, fosse rimasta incinta da uno degli infermieri che lavoravano nell’istituto psichiatrico nel quale la donna era ospitata/reclusa, provocarono in John – alla vista del feto custodito in un misero sacchetto di plastica con cui Pauline andava in giro per Londra – l’impulso di scrivere una canzone che affrontasse, apertamente, l’argomento dell’aborto.

Un argomento, che, molto probabilmente, nessuna band rock aveva mai affrontato prima di allora.

“Bodies”, però, non parla solamente di Pauline e dei suoi problemi mentali, ma ci mostra l’anima torbida, tossica, ipocrita e cattiva del paese, l’anima morbosa che tutti fingevano di non vedere, quella di cui nessuno voleva ammettere l’esistenza. Un’anima raccapricciante ed empia, un’anima che approfittava dei più deboli, dei derelitti e degli emarginati e che si materializzava, rabbiosamente, senza filtri, senza conformismo, nei testi oltraggiosi, violenti e scorretti dei Sex Pistols.

Frasi che nessuno avrebbe mai voluto ascoltare, parole che cancellano il miracolo stesso della vita, riconducendolo solamente ad un ammasso di carne e di sangue, ad un groviglio, impuro ed imperfetto, che può essere generato solamente dal ventre malato e tossico degli ultimi, si tratta di un frutto che nasce già marcio, che nasce già compromesso, che nasce già deviato e che, quindi, è giusto rifiutare.

Questa canzone ha, ovviamente, spesso diviso l’opinione pubblica; ha portato a valutazioni contrastanti; in molti l’hanno ritenuta, in modo sprezzante, una canzone contro le donne, contro la loro libertà, una canzone che mette il sesso su un piano esclusivamente meccanico e disumano, mentre i poveri, gli emarginati, gli ultimi – quelli che, ai tempi, erano parte della ormai estinta classe operaia – vengono descritti come creature abominevoli e, quindi, da odiare e emarginare.

Ma l’intento di John Lydon, all’epoca, non credo fosse quello di esprimere il proprio personale giudizio, di essere pro o contro l’aborto. La band tentava, soprattutto, di esprimere il proprio disgusto nei confronti dell’immagine eroica e fasulla dell’Inghilterra forte, prospera ed orgogliosa, cioè di un paese, finto ed inesistente, decantato, sistematicamente, dalla classe dominante, dai loro servizievoli mass-media, dall’astro nascente dello spregiudicato capitalismo neo-liberista, dalla austera e reazionaria monarchia britannica.

Gli altri – gli invisibili – potevano vivere in un ospedale-prigione, essere violentati o abortire in un vicolo, cosa volete che importasse ai ricchi, ai potenti, ai nobili o ai benestanti ed ipocriti borghesi?

Ma quei corpi, offesi e violati nella loro intimità, non sono solo connessi ad un lontano passato, sono attuali, raccontano storie che avvengono, quotidianamente, anche oggi, anche nelle nostre opulente città occidentali, per non parlare poi di tutto ciò che viene, deliberatamente, commesso negli scenari di guerra, nelle occupazioni, durante le migrazioni, sotto i regimi dittatoriali, ogni qual volta la disumanità della violenza oltrepassa i limiti della ragione. 

Anche il mondo della musica, probabilmente, dovrebbe porsi delle domande. Perché, spesso, le figure di molte artiste vengono associate, in maniera forzata, ad aggettivi, epiteti, eventi, ruoli o circostanze che non hanno nulla a che vedere con la musica che viene cantata e suonata?

Courtney Love. Yoko Ono. PJ Harvey.

Tre nomi, tre artiste, alle quali, credo, assocerete epiteti ed eventi scontati e iper-abusati, secondo quella che resta, costantemente, una visione della creatività e dell’arte esclusivamente maschile e maschilista; una visione tossica che ci induce a stupirci quando incontriamo un’abile ingenera del suono, una produttrice musicale o una critica musicale, mentre non lo facciamo quando incontriamo, ad esempio, una press-agent. 

Resta il fatto, però, che “Live Through This”, del quale stiamo celebrando il trentennale (12 Aprile 1994), resta, per quanto mi riguarda, un gran bel disco. E questo è quello che conta.

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About The Author

Michele Sanseverino, poeta, scrittore ed ingegnere elettronico. Ha pubblicato la raccolta di favole del tempo andato "Ummagumma" e diverse raccolte di poesie, tra le quali le raccolte virtuali, condivise e liberamente accessibili "Per Dopo la Tempesta" e "Frammenti di Tempesta". Ideatore della webzine di approfondimento musicale "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine musicale "IndieForBunnies" (www.indieforbunnies.com).

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