La contro-cultura degli anni Sessanta aveva trovato nel rock uno dei suoi più potenti mezzi espressivi, così come altre generazioni avrebbero fatto, in seguito, in futuro, con altri linguaggi musicali. Il prisma acido della psichedelia, la dilatazione delle coscienze, la distorsione dei suoni e delle percezioni offrivano, infatti, la colonna sonora ideale a chi cercava una via d’uscita da modelli sociali, morali, religiosi ed esistenziali avvertiti, ormai, come soffocanti e reazionari. Ma, mentre il decennio si avvicinava alla propria conclusione, qualcosa stava cambiando.
Anche il rock mutava pelle. I suoni diventavano più duri, più abrasivi, più selvaggi; prendevano forma le traiettorie dell’hard-rock e, contemporaneamente, cresceva il desiderio di esplorare territori musicali ancora sconosciuti, aperti dall’elettronica, dalle manipolazioni dei suoni, dal rumore. L’utopia psichedelica cominciava a mostrare delle inevitabili crepe. E mentre i movimenti di rivolta e di contestazione incontravano risposte politiche, poliziesche e militari sempre più dure, anche la musica sembrava perdere progressivamente alcuni dei colori abbaglianti della celebre Summer of Love. È dentro questa frattura che, nel 1968, i Beatles pubblicano – nel “White Album” – “Helter Skelter“.
Paul McCartney voleva realizzare qualcosa di diverso: una canzone brutale, rumorosa, incalzante, capace di spingersi oltre i confini pop entro i quali il gruppo era, ormai, universalmente riconoscibile. Una massa sonora quasi incontrollata, costruita sulla distorsione, sulla ripetizione, sulla confusione e sull’esasperazione. Non poteva certo immaginare che, meno di un anno dopo, quelle parole sarebbero state trascinate dentro uno degli episodi criminali più oscuri ed efferati della storia americana del Novecento. Tra l’8 e il 10 agosto 1969, infatti, membri della cosiddetta “Family” di Charles Manson assassinarono Sharon Tate e altre sei persone. Charles Manson aveva incorporato “Helter Skelter” nella propria delirante ed assurda cosmologia, trasformando il brano in una sorta di messaggio profetico e visionario: l’annuncio di un’imminente guerra razziale, destinata, nella sua visione paranoica, a travolgere gli Stati Uniti.
E qui accade qualcosa di inquietante ed imprevedibile. Perché “Helter Skelter“, naturalmente, non raccontava nulla di tutto questo. Il titolo indicava innanzitutto l’helter-skelter, il grande scivolo a spirale dei luna park britannici. Eppure, proprio quell’immagine contiene, involontariamente, una metafora formidabile: salire per poi precipitare girando su sé stessi. Il brano diventa allora, al di là delle intenzioni di Paul McCartney, il suono inevitabile di una caduta. È una discesa rumorosa, febbrile, disordinata. Gli strumenti sembrano urtarsi; la voce si lacera; il ritmo procede come se qualcosa avesse smesso di poter essere controllato. Tutto gira sempre più velocemente e, mentre gira, perde forma. È il momento in cui la ragione lascia spazio all’istinto primordiale di sopravvivenza, l’ordine al caos, la fiducia alla paura. Viene, immediatamente, in mente la spirale della poesia di William Butler Yeats, “La seconda venuta“: il falco che non riesce più ad udire il falconiere, il centro che non può più tenere, l’anarchia prende il sopravvento, le cose che si sfaldano ed una creatura, ancora senza nome, si avvicina all’orizzonte. È, forse, questa la vera forza apocalittica di “Helter Skelter“: non raccontare la fine del mondo, ma farne percepire il rumore.
Lo stesso rumore sembra attraversare molte delle grandi distopie e apocalissi della letteratura. È nella terra bruciata e senza futuro de “La strada” di Cormac McCarthy, dove un padre ed un figlio attraversano ciò che resta del mondo cercando di conservare, insieme al fuoco, un ultimo frammento di preziosa umanità. È ne “L’ultimo uomo” di Mary Shelley, dove una peste inarrestabile svuota, progressivamente, il nostro pianeta. È nella società crudele, teocratica e patriarcale de “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, dove la catastrofe non coincide con la distruzione materiale del mondo, ma con la cancellazione dei diritti civili, della memoria e dell’identità. Perché esistono molti modi in cui un mondo può finire. Può finire nel fuoco, nella malattia, nella guerra. Ma può finire anche lentamente, quando le parole cambiano significato, quando la violenza diventa normale, quando l’avversario diventa nemico, quando la paura sostituisce il pensiero e ciascuno comincia a considerare la propria verità come l’unica verità giusta, l’unica verità possibile.
In questo senso “Helter Skelter” può essere ascoltata anche come una sinistra cesura nella storia degli anni Sessanta. Il decennio delle grandi mobilitazioni per i diritti civili, delle proteste contro la guerra, delle rivolte studentesche e delle utopie comunitarie stava entrando nella propria zona d’ombra. Alle speranze di trasformazione rispondevano repressione, polarizzazione politica, conflitti sociali e una rinnovata affermazione delle forze conservatrici mondiali. Negli Stati Uniti, come in Europa, la fine del decennio mostrava che nessuna conquista sarebbe stata irreversibile e che il potere disponeva ancora di strumenti politici, economici, mediatici, polizieschi e militari capaci di reagire alla contestazione. Non era semplicemente finito un decennio. Si stava incrinando una promessa.
Ed è precisamente dentro questa fessura che il delirio di Charles Manson trovò il proprio spazio. Charles Manson era convinto che fosse imminente una guerra razziale apocalittica che chiamava proprio “helter skelter”. Nella sua interpretazione paranoica, le canzoni dei Beatles contenevano messaggi destinati a lui ed annunciavano l’arrivo del conflitto. La musica cessava così di essere arte per diventare oracolo; le metafore diventavano ordini; il “White Album” veniva trasformato nella colonna sonora di un’apocalisse personale e privata. Non sappiamo fino a che punto il clima politico e sociale di quegli anni abbia alimentato quella specifica follia, e sarebbe semplicistico stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto. Ma sappiamo che Charles Manson costruì il proprio delirio dentro un’America attraversata da assassinii politici, rivolte, repressioni, Vietnam, conflitti razziali e paure collettive. Il suo universo dispotico deformò tutto questo fino a trasformarlo in una cosmologia della distruzione.
Qui “Helter Skelter” continua a parlarci. Non perché contenga davvero una profezia, ma perché mostra quanto facilmente una società polarizzata possa cominciare a leggere profezie ovunque. Quando una comunità perde un linguaggio condiviso, ogni avvenimento può diventare un segno. Ogni canzone un messaggio cifrato. Ogni coincidenza una prova. Ogni avversario politico il rappresentante di un Male assoluto. La realtà smette di essere uno spazio comune e si frantuma in universi incompatibili, ciascuno abitato dalle proprie verità, dalle proprie paure, dalle proprie ossessioni, dai propri pericoli, dalle proprie paranoie, dai propri nemici. Ed è difficile, ascoltando oggi questa canzone, non avvertire almeno l’eco di questa vertigine. L’Apocalisse non arriva con le trombe degli angeli e, forse, non arriva nemmeno all’improvviso. Può cominciare molto prima, quando una società perde la capacità di distinguere il reale dalla propria rappresentazione del reale; quando la violenza diventa un linguaggio universale; quando la complessità e la conoscenza vengono sostituite dalla contrapposizione assoluta tra “noi” e “loro”.
È il paesaggio terminale di tanta letteratura novecentesca e contemporanea. È la terra esausta di McCarthy. È il mondo svuotato di Mary Shelley. È la teocrazia di Atwood. È, ancora prima, la “Terra desolata” di Thomas Stearns Eliot: una civiltà che continua a parlare attraverso quelli che sono frammenti. Ed è anche, in una forma più fantastica e cosmologica, l’universo della Torre Nera di Stephen King. Lì il Re Rosso attende il collasso della Torre che tiene assieme i mondi, mentre le realtà parallele e le linee temporali cominciano a sfaldarsi. Quando il centro cede, non rimane semplicemente la distruzione: rimane il caos, il vuoto assoluto, la perdita di ogni principio capace di tenere assieme il reale e, quindi, le persone. Ancora Yeats. Il centro non tiene. Ed ecco allora lo helter-skelter: lo scivolo a spirale. Si sale credendo di andare verso qualcosa e, improvvisamente, si precipita. Si gira sempre più velocemente. Il paesaggio diventa indistinguibile. Le coordinate scompaiono. Non sappiamo più con precisione dove siamo, ma sentiamo che stiamo scendendo, forse scomparendo, forse morendo.
Forse è questa l’immagine che rende “Helter Skelter” una canzone perfetta per avvicinarsi ad Halloween: non solo fantasmi, zucche o mostri, ma qualcosa di molto più inquietante. La sensazione che il mondo conosciuto stia perdendo la propria forma. Era la fine degli anni Sessanta, la fine di alcune illusioni, l’inizio di un tempo più duro. Cinquant’anni dopo, quello scivolo è ancora lì. E il rumore che proviene dal fondo continua, stranamente, a sembrarci così familiare.























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