Un progetto discografico con una propria, riconoscibile identità emotiva e sonora, ma anche una compilation di idee che si muovono lungo un percorso preciso, quasi programmatico: quello della commistione, della condivisione, del divertimento collettivo. “TPT: The Perfect Tool” guarda al club underground come a un luogo di salvezza e partecipazione, uno spazio fisico e mentale nel quale tornare a riconoscersi e, soprattutto, a vivere. O forse sarebbe meglio parlare di un urgente ritorno alla vita: quella vera, imperfetta e brutale, capace di ferirci e travolgerci, ma anche, improvvisamente, di stupirci, appagarci e perfino migliorarci.
Esperienze artistiche, musicali ed esistenziali differenti uniscono qui i propri sforzi senza rinunciare alle rispettive identità. Il terreno comune è quello dell’elettronica, ma i suoi confini vengono, continuamente, attraversati e deformati: convivono dub e trap, rap e drum and bass, le atmosfere cupe delle periferie metropolitane post-industriali e una techno secca, fisica, incalzante. Linguaggi, apparentemente distanti, finiscono così per alimentare un’unica visione pulsante, nella quale la contaminazione non è un semplice esercizio stilistico, ma diventa una dichiarazione d’intenti. Non si tratta di uniformare le differenze, quanto di farle convivere, scontrare e, infine, esplodere nello stesso spazio.
Ed è proprio lo spazio a diventare centrale. “TPT” sembra custodire il sogno prezioso di recuperare e riappropriarsi di quei luoghi fisici ed emotivi che ci sono stati progressivamente sottratti, disciplinati e rinchiusi dentro un meccanismo ordinato di costi, valutazioni, margini e guadagni. Una macchina apparentemente impersonale che, tuttavia, continua a ricevere ordini da qualcuno che sta più in alto, negli invisibili centri del potere economico, politico, militare e sociale, mentre gioca con le nostre vite: con le giornate sempre uguali, le corse forsennate, le abitudini che ci uccidono, il tempo cronometrato e quella sorta di prigionia mediatica che ha imparato a considerarci, soprattutto, come oggetti. Qualcosa da vendere, comprare, spremere, consumare, rompere e, una volta esaurita ogni possibile utilità, gettare via.
Il club diventa allora qualcosa di più di un luogo in cui ascoltare musica o ballare. Diventa una temporanea interruzione del meccanismo, una fessura aperta nell’ordine delle cose. Un territorio da occupare con i corpi, con il rumore, con il sudore e con una libertà che non abbia bisogno di essere monetizzata per esistere. Uno spazio nel quale la partecipazione non coincide con il consumo e dove stare insieme può ancora significare sottrarsi, almeno per qualche ora, alle identità e alle funzioni che ci vengono assegnate altrove. La soluzione suggerita da “TPT” è radicale proprio perché elementare: interrompere il loop degli investimenti, smettere di alimentare, compulsivamente, il circuito, non pagare, non acquistare, non concedere, automaticamente, ogni frammento della propria esistenza. Riprendersi, invece, tutto il tempo possibile, tutta l’energia e tutto lo spazio di cui abbiamo bisogno. Rivendicare persino il diritto all’attesa, all’improduttività, a un piacere che non debba generare, necessariamente, profitto o giustificare la propria esistenza.
E poi ballare.
Ballare senza pregiudizi, soprusi o prepotenze, senza definizioni dentro le quali lasciarsi incastrare. Perché dietro la molteplicità delle sue voci e dei suoi suoni, “TPT: The Perfect Tool” sembra, infine, convergere proprio qui: nella possibilità della scelta individuale dentro un’esperienza collettiva. Nessuno stabilisce quale sia il modo corretto di attraversarla, nessuno decide al posto tuo cosa devi essere, sentire o diventare. Per questa volta, almeno, l’unico giudice sei tu che stai ascoltando. Scatenati o continuati a nascondere.






















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