I suoni sghembi dei Vanishing Twin continuano ad aprire finestre oniriche sugli anni Sessanta, ma lo fanno mantenendo lo sguardo ostinatamente rivolto al cielo, come se attraverso il loro pop suadente, ellittico e post-industriale fosse ancora possibile leggere, nei mari lunari, il futuro dell’umanità. Un futuro incerto, forse già trascorso, che la band trasforma in canzoni contemporaneamente romantiche e nostalgiche, estranee ed oblique: frammenti di una memoria che sembra appartenere a tutti e a nessuno, reperti provenienti da un tempo parallelo nel quale passato e avvenire hanno smesso di essere due direzioni opposte.
È questa ambiguità temporale a rendere la musica dei Vanishing Twin così seducente. Le loro canzoni sono dentro di noi e, nello stesso istante, sembrano osservarci da una distanza siderale. Conservano qualcosa di familiare – una melodia, un riverbero, una voce, l’ombra di un’immaginazione psichedelica – ma lo spostano, continuamente, fuori asse, fino a renderlo enigmatico. Come se una vecchia trasmissione radiofonica fosse stata intercettata nello spazio e restituita alla Terra molti decenni dopo, deformata dal viaggio compiuto. “Archives” abita proprio questa zona d’incertezza. Possiede un’ammaliante verve cinematografica e stuzzica, continuamente, le nostre fantasie, sovrapponendo paura e bellezza, gioia e terrore, divertimento e menzogna. Nulla sembra completamente innocente e nulla definitivamente oscuro. Dietro la grazia delle melodie rimane, però, sempre una piccola crepa, un’interferenza, qualcosa che incrina la superficie e suggerisce l’esistenza di un mondo ulteriore.
I Vanishing Twin sembrano così cercare un altare sintetico al quale affidare melodie che riescono a essere bucoliche e futuriste nello stesso momento. Natura e macchina smettono di contraddirsi: convivono. Il pastoralismo del remoto passato incontra un paesaggio industriale ormai abbandonato; la psichedelia si riflette sulla superficie fredda di un monitor; una voce dolcissima attraversa i circuiti, le frequenze e le righe di codice come una presenza umana sopravvissuta all’interno di un dispositivo elettronico.
Intanto, sulla Terra, gli esseri umani – laboriosi e crudeli, ostinati e pericolosi – continuano a intessere le trame caotiche, dissonanti, confuse e profonde della propria apocalisse. Costruiscono, consumano, distruggono; inventano strumenti meravigliosi per utilizzarli contro sé stessi; producono bellezza, mentre, nel frattempo, preparano, metodicamente, la propria rovina. I Vanishing Twin sembrano osservare tutto questo con una fascinazione quasi antropologica: non possono sottrarsi allo spettacolo, perché proprio nella contraddizione dell’essere umano trovano una delle materie più fertili della loro musica. E così inglobano, nei loro brani, quel contenuto distruttivo, ma senza lasciarsene sopraffare. Lo assorbono, lo deformano, quasi lo metabolizzano, facendo germogliare dal male edonista della contemporaneità un improbabile substrato di positività. Non una consolazione ingenua, ma la possibilità che dalle macerie possa, ancora, nascere qualcosa: una melodia, un ritmo, una voce capace di attraversare il rumore.
Suoni digitali e analogici finiscono, allora, per confondersi; ritmiche taglienti convivono con melodie carezzevoli, interferenze rumoriste penetrano fra dolci note vocali, mentre frammenti di psichedelia e pop acido sembrano galleggiare senza gravità. Ogni elemento appartiene a un’epoca diversa e tuttavia, dentro “Archives”, queste epoche possono esistere simultaneamente. Forse è proprio questo il fascino più profondo dei Vanishing Twin: trasformare l’anacronismo in una forma di profezia. Guardare indietro per immaginare ciò che verrà, contemplare il presente come se fosse già un reperto archeologico, cercare fra le rovine della modernità una bellezza che non cancelli l’orrore ma riesca, almeno per qualche minuto, a conviverci. E mentre l’umanità continua rumorosamente a preparare la propria fine, loro rimangono lì, con gli occhi rivolti verso i mari della Luna, a registrarne il suono.






















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