venerdì, Ottobre 30, 2026
Parco Paranoico

U2, il prezzo della nostalgia

Mik Brigante Sanseverino Ottobre 30, 2026 Eventi Nessun commento su U2, il prezzo della nostalgia

Non spetta a noi decidere quando una band debba smettere di suonare, incidere dischi o andare in giro per il mondo a celebrare i propri anniversari. La libertà artistica è sacrosanta. Ma anche la libertà di giudicare ciò che ascoltiamo dovrebbe esserlo, soprattutto quando si tratta di artisti che abbiamo amato e continuiamo ad amare. L’affetto non dovrebbe costringerci all’indulgenza perpetua. Gli U2, per me, appartengono a questa categoria. Li ascolto ancora, torno volentieri alle tensioni new wave degli anni Ottanta e a quelle meravigliose prospettive che emergono ancora da “Achtung Baby“. Proprio per questo, il loro ritorno negli stadi ci offre lo spunto per una riflessione che riguarda anche noi: il modo in cui ascoltiamo, spendiamo, ricordiamo e finiamo, a volte, per alimentare alcune delle logiche più tossiche del mercato musicale.

Allontanandosi dall’apice creativo, capita che alla capacità di sorprendere subentri, a volte, quella di amministrare. Si pubblicano dischi sufficienti, magari buoni, ma raramente capaci di mettere in discussione ciò che è già stato fatto. Il linguaggio si stabilizza, il marchio si consolida, il pubblico sa che cosa aspettarsi. Nei casi peggiori, almeno per quelli che sono i miei gusti, si approda a quel carrozzone patinato e mieloso che sono diventati i Coldplay: uno spettacolo in cui ogni emozione sembra predisposta per essere riconosciuta, condivisa e consumata senza attrito.

Non esiste una scadenza biologica dell’invenzione, sia chiaro. Esiste, però, il rischio di scambiare la continuità professionale per vitalità artistica. E di considerare il successo commerciale una risposta sufficiente a qualsiasi domanda sulla musica. Sinceramente, preferirei, più spesso, assistere ad una svolta. Anche ad un semplice passo laterale: un progetto diverso, altri musicisti, un formato meno prevedibile, uno spazio espressivo che non sia stato attraversato e sfruttato per decenni. Una scelta che rimetta in circolo il dubbio e, con esso, la possibilità di fallire. Perché quando ogni decisione deve essere all’altezza di un marchio planetario, la libertà rivendicata dall’artista rischia di restringersi proprio dove dovrebbe contare di più.

Gli U2 sanno bene che cosa significhi cambiare pelle: “Achtung Baby” resta, per me, la dimostrazione più convincente.  Il prossimo tour, “Carnaval De Luz presents: The Greatest Show On Earth“, accompagnerà un nuovo album, in uscita il 13 novembre 2026, e toccherà San Siro il 5 e il 6 luglio 2027. Sarebbe, quindi, scorretto ed ingiusto liquidarlo come una semplice celebrazione del passato, così come sarebbe prematuro giudicare un disco prima di averlo ascoltato per intero. La questione è quale spazio il nuovo riesca ancora a conquistarsi dentro una macchina tanto grande, costosa e dipendente dalle aspettative del pubblico.

In una parte del grande circuito dal vivo, il rapporto tra il disco e la tournée sembra, oramai, essersi rovesciato. Il nuovo lavoro, infatti, rischia di diventare solo il pretesto che rimette in moto il catalogo: qualche brano da presentare, una nuova veste grafica, un altro slogan sotto il quale far convergere canzoni, ricordi e consumi. Il disco passa; il marchio resta. È qui, allora, che dovremmo fermarci a fare una domanda anche a noi stessi: che cosa cerchiamo in un concerto? Il conforto di quello che conosciamo oppure la possibilità di essere ancora sorpresi? Le due cose possono convivere. Riascoltare una canzone che ci accompagna da trent’anni può essere un’esperienza intensa e sincera. Ma se il conforto occupa tutto lo spazio, se ogni spesa importante finisce sempre sugli stessi nomi e ogni proposta sconosciuta viene scartata prima dell’ascolto, qualcosa nella nostra curiosità si sta velocemente spegnendo.

Poi ci sono le fotografie, i video, le storie Instagram: il bisogno di documentare in tempo reale che eravamo lì. Un ricordo condiviso non toglie nulla alla musica. Diventa però significativo quando esserci conta più di ascoltare, quando il concerto serve, soprattutto, a certificare la nostra presenza e a rassicurarci che un pezzo della nostra giovinezza sia ancora disponibile, acquistabile, riproducibile, consumabile. Così continuiamo a lucidare il passato, ripulendolo dalle sue mediocrità, dalle sue delusioni e dalle sue contraddizioni. Ci convinciamo che dopo “Achtung Baby” o “Definitely Maybe” sia rimasto ben poco da scoprire. Ma quell’epoca perfetta non è mai esistita. Esiste la nostra memoria, che seleziona e, ovviamente, protegge. Esiste un luogo immaginario nel quale le fatiche e le paure del presente arrivano attutite. Il mercato conosce il valore di quel rifugio e sa vendercelo, ogni volta, ad un prezzo diverso e più alto.

La nostalgia ha una forza economica enorme: riduce l’incertezza. Un nome già amato, una canzone già interiorizzata, una serata il cui significato sembra garantito ancora prima di cominciare. Questo non rende falsa l’emozione di chi partecipa. Rende, però, necessario domandarsi quanto siamo disposti a pagare per ritrovarla e quali condizioni siamo disposti ad accettare. Per le date italiane degli U2, al momento in cui scrivo, i prezzi ufficiali debbono ancora essere comunicati: le cifre che circolano in rete non vanno trattate, dunque, come un listino definitivo. È, invece, già visibile l’architettura dell’accesso. Prima gli abbonati a pagamento, divisi in due gruppi; poi le finestre collegate all’album e alle carte Visa; quindi l’Artist Presale, accessibile previa registrazione; infine la vendita generale. 

Resta la domanda: perché l’acquisto di un biglietto deve assomigliare, sempre più, a un percorso tra appartenenze, registrazioni, codici e strumenti di pagamento? Le prevendite possono tutelare i fan più fedeli; quelle commerciali offrono anche vantaggi a chi aderisce a determinati circuiti. Nel loro insieme trasformano l’attesa in una successione di occasioni da sorvegliare, con la sensazione costante che restarne fuori significhi perdere qualcosa. Nel frattempo il concerto può diventare una filiera di acquisti: il biglietto, l’eventuale pacchetto, la trasferta, il merchandising, le consumazioni. Certo, uno spettacolo negli stadi ha costi reali, lavoratori da retribuire, strutture e responsabilità organizzative. Ma riconoscere quei costi non significa accettare, automaticamente, qualsiasi prezzo o qualsiasi strategia commerciale. Un appassionato dovrebbe poter chiedere trasparenza senza essere accusato di non comprendere come funziona il mondo.

E nemmeno gli artisti possono essere considerati sempre estranei alle modalità con cui viene venduto il loro lavoro. Non controllano ogni dettaglio, ma una band di questa statura ha un peso nelle scelte che definiscono il rapporto con il pubblico. Allo stesso modo, noi possiamo criticare un sistema e poi scegliere, comunque, di acquistare: è una contraddizione comprensibile. Diventa sterile quando la ripetiamo senza mai interrogarla, come se la fedeltà imponesse di accettare tutto. Non intendo stabilire chi sia un vero appassionato. Ma mi interessa ricordare che anche il nostro budget culturale ha dei limiti. Ogni acquisto lascia fuori altre possibilità: altri concerti, altri dischi, altri artisti. Se le risorse finiscono, sistematicamente, sui nomi già consacrati, contribuiamo a restringere proprio quel presente musicale che poi accusiamo di non avere più nulla da dire.

Le alternative, intanto, esistono. A giugno 2027 i King Gizzard & The Lizard Wizard saranno al Sequoie Music Park, al Parco delle Caserme Rosse di Bologna, l’11 giugno; gli Angine de Poitrine suoneranno al Magnolia di Segrate il 14 e il 15 giugno. Due proposte diverse, che per me conservano il piacere della ricerca, dello spiazzamento, di una musica che chiede ancora attenzione. Non le considero un ripiego nel caso in cui non riusciste a trovare i biglietti degli U2: sono scelte che meritano desiderio e spazio per ciò che offrono (a un prezzo accessibile, circa cento euro per entrambi i concerti).

Si tenga presente che neppure i circuiti alternativi sono immuni da promozione, sponsor o prevendite. E un luogo più piccolo non garantisce, automaticamente, un concerto migliore. Offre, però, una scala diversa, una maggiore possibilità di vicinanza al palco, un rapporto con l’evento che, personalmente, preferisco a quello di uno stadio. Vale la pena considerarlo prima di dare per inevitabile l’ennesima grande spesa. Gli U2 hanno tutto il diritto di continuare. Io ho tutto il diritto di continuare ad amarli senza trasformare quell’amore in un obbligo d’acquisto. E posso essere loro grato anche scegliendo di cercare altrove: se una band ci ha insegnato ad ascoltare il mondo con orecchie diverse, continuare a farlo è un modo piuttosto serio di raccoglierne l’eredità.

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About The Author

Michele Sanseverino è un ingegnere elettronico amante della poesia, della letteratura, dei viaggi e della musica. Creatore della webzine musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e membro dello staff di Indie For Bunnies (www.indieforbunnies.com), ama raccontare la musica, i dischi, i luoghi, i concerti, senza mai perdere di vista il nostro presente. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli pubblicati su Paranoid Park ed Indie For Bunnies che ripercorrono un po' del nostro cammino dalla fine della pandemia. Altre raccolte di poesia: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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