“Into The Oblivion” è un disco che funziona perché riesce in un equilibrio difficile — e oggi raro — tra la memoria e l’urgenza, tra il richiamo viscerale del passato e la necessità di restare vivi dentro un presente sempre più disincantato. Qui convivono nostalgia e chitarre affilate come lame, un rock and roll funesto e una ritualità oscura, un rumore che non è mai solamente rumore, ma che è anche evocazione e martellamento che diventa linguaggio. È come se il fantasma del vecchio thrash metal degli anni Ottanta — quello sporco, blasfemo, satanico, ancora intriso di alcool e zolfo — tornasse a bussare alle nostre porte, non per imitare sé stesso, ma per ricordarci cosa significava davvero suonare veloce.
E in questo senso l’ombra di “Black Metal” non è solamente un riferimento malinconico, ma pulsa come una presenza viva, quasi un marchio a fuoco. Quel volto demoniaco che, allora, ghignava tra le fiamme del mondo, oggi, si ritrova a osservare un mondo molto più assurdo, più incoerente, più morboso, più malato. Guerre che scoppiano come notifiche Instagram, algoritmi che decidono
cosa debba essere vero e cosa no, ideologie che si diventano cenere. In un simile scenario, il male evocato dai Venom non è più una provocazione, ma è quasi rassicurante. E allora la domanda che aleggia nel disco diventa surreale: può un demone antico sopravvivere in un’epoca che non crede più a nulla e, quindi, nemmeno nei demoni? In un’epoca che ha smesso di temere, di sognare, di credere e, quindi, anche di immaginare e fantasticare?
Musicalmente, “Into The Oblivion” è davvero uno dei loro lavori più solidi degli ultimi anni. Più compatto, più vibrante, più coeso. La produzione è moderna, pulita quanto basta per non perdere impatto, ma mai sterile. Non c’è quella lucidatura che sterilizza il metal contemporaneo: qui il suono respira ancora, graffia, suda. E, soprattutto, non tradisce. Rimane ancorato a quelle coordinate che hanno reso i Venom una leggenda: riff taglienti, ritmiche granitiche, una narrazione sempre sospesa tra apocalisse e blasfemia. C’è qualcosa di profondamente epico — nel senso più oscuro del termine — nel modo in cui questi brani avanzano. Come se ogni traccia fosse una marcia dentro il caos primordiale, dove la luce non è salvezza, ma abbaglio, e Lucifero non cade, ma continua, orgogliosamente, ad illuminare l’alba. E in quella luce accecante, le strutture del passato — il metal veloce, sporco, primigenio — tornano a brillare, non come reliquie, ma come armi.
E poi c’è lui, Cronos. Il “vecchio” demone che non smette di ringhiare, che vuol portare sulle spalle il peso di un nome, di una stagione, di una visione. Una battaglia con gli ex compagni che non è solo musicale, ma simbolica. Cosa resta quando tutto cambia? Quando la storia viene riscritta a colpi di trend e memoria breve? Forse resta proprio questo, dischi come “Into The Oblivion”. Opere che non cercano di essere perfette, ma reali. Che non inseguono il presente, ma lo sfidano. E chissà che questa incarnazione dei Venom, con la sua ostinazione quasi anacronistica, non riesca davvero a incrinare qualcosa in questo presente immobile, fasullo e perfetto. Perché il metal, quello vero, non è mai stato perfetto.


























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