“De Venom Natura” dei Ponte del Diavolo è un album che non si limita ad essere ascoltato, ma va attraversato. È un varco, un’incisione nella carne malata del presente. Guarda nel profondo — della nostra psiche, del nostro cuore, della società di cui siamo parte — e, parallelamente, tenta di trovare un senso alla realtà, alle forze oscure che la sostengono. Forze che non restano sospese in un altrove metafisico, ma si rivelano intimamente connesse alle nostre scelte, ai nostri comportamenti individuali e collettivi.
C’è un’intuizione disturbante che percorre il disco: il male non è un’entità separata. È un flusso che scorre nelle vene del mondo, ma quelle vene sono le nostre.
Le trame abrasive e turbinose avvolgono la materia sonora come una spirale che si stringe. La lacerano. Ne mostrano il cuore pulsante, sporco, oscuro, contratto. Il black-metal qui non è semplice furia stilistica: è strumento anatomico. Incide, apre, espone. Eppure, tra le fenditure, filtrano respiri onirici, liberatori, sospesi — un gothic-rock che non addolcisce, ma ammalia e trascina in una dimensione più ambigua, quasi sensuale nella sua oscurità.
La ricerca sonora conduce la band ad attraversare territori diversi, a divergere con coraggio. Affiora, quindi, un rock più teatrale, drammatico, talvolta melodico, ma ancora velenoso e conturbante.
È come se ogni brano fosse una stanza differente dello stesso edificio in rovina: cambiano le luci, le prospettive, ma l’aria resta densa, tossica, carica di presagi. Lo sguardo dei Ponte del Diavolo non si fissa su un unico dettaglio. Lo percepisce, lo ingloba, lo metabolizza. Oltrepassa necrosi emotive, tombe interiori, peccati ricorrenti. E nel farlo arriva ad assimilare perfino la tradizione melodica italiana — le sue parole, le sue amarezze, il suo lirismo ferito — trasformandola in un corpo nuovo, più oscuro, più consapevole. Non c’è nostalgia, ma trasfigurazione.
La chiusura, affidata a “In the Flat Field” dei Bauhaus, non è semplice omaggio: è una linea di tensione necessaria. Nevrotica, scarna, vitale. Un ponte tra un passato di reminiscenze punkeggianti e un futuro denso, opprimente, bellicoso, crudele, tossico e metallico. Un futuro in cui il veleno coincide con il metallo: quello delle armi che costruiamo, delle certezze che brandiamo, delle visioni conflittuali con cui dividiamo popoli e nazioni. A tutto questo sappiamo rispondere soltanto con una cultura contagiosa del declino: abbandono, disinteresse, egoismo. Infine, morte.
In questo senso, “De Venom Natura” risuona come un grido d’allarme e insieme come una presa di coscienza viscerale. Il veleno uccide, ma è anche ciò che costringe il corpo a reagire, a riconoscere l’infezione. È un richiamo a tornare con i piedi per terra, ad aprire gli occhi, a uscire dalle comode esistenze virtuali per guardare l’umano sfacelo che ci circonda. La carcassa di un pianeta ridotto così non dal Diavolo, non dalla Natura, non dal Destino o dall’Apocalisse, ma da qualcosa di più semplice, più spiegabile, più banalmente conoscibile: l’uomo. Uomini come eminenze diaboliche, come forze innaturali. Distruttori e cataclisma.
L’alternanza tra italiano e inglese amplifica questa frattura, donando dinamismo non solo verbale ma liquido, sensuale, musicale. Le lingue si inseguono e si contaminano, come se il veleno cambiasse forma pur restando lo stesso. “De Venom Natura” parla di noi, del nostro mondo, del nostro posto nel mondo. Ma, soprattutto, è esso stesso un mondo: oscuro, stratificato, febbrile. Un mondo che ci riflette senza indulgenza e che, proprio per questo, diventa necessario.



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