mercoledì, Ottobre 14, 2026
Parco Paranoico

Automatic For The People: il peso delle cose che restano

Fu pubblicato oggi, ma molti anni fa. Era il 6 ottobre 1992. E, forse, è proprio questo il primo cortocircuito: ascoltare oggi “Automatic For The People” significa misurare non soltanto la distanza da un disco, ma quella che ci separa da un mondo. Un mondo che non esiste più e che, soprattutto, sembrava, allora, destinato a migliorare o, quantomeno, a cambiare. I cambiamenti erano reali, tangibili, talvolta traumatici: muri che cadevano, equilibri che si spezzavano, ideologie che si dissolvevano, nuovi conflitti che prendevano il posto dei vecchi.

Il futuro poteva fare paura, ma esisteva ancora come possibilità.

Oggi, invece, abbiamo, spesso, la sensazione di restare perennemente fermi, immobili dentro un presente onnivoro che divora passato e futuro. Le trasformazioni sembrano soltanto apparenti: ritorni mascherati da novità, restauri spacciati per rivoluzioni, vecchie merci rivestite con involucri differenti. Prodotti da sistemare in bella mostra, giusto il tempo necessario per catturare qualche secondo della nostra attenzione, prima che lo sguardo venga trascinato verso il prossimo scaffale virtuale. Dentro questo paesaggio, i R.E.M. di “Automatic For The People” appaiono completamente fuori luogo.

Alieni. Agenti patogeni. Sopravvissuti. Figure laterali capaci di osservare i colori delle nostre anime e accorgersi che, nel frattempo, sono quasi completamente sbiaditi. Rimane una tonalità dominante alla quale tutti sembrano chiamati ad adattarsi: una sola strada, una sola verità, un’unica bugia ripetuta abbastanza a lungo da sembrare inevitabile.

E una luna rimasta sola. Una luna che sogna un cielo popolato dalle proprie sorelle, tutte in orbita, ognuna con la propria fase, il proprio colore, i propri mari e i propri crateri. Corpi diversi alla deriva in un universo che non ha fretta, non smania, non pretende continuamente attenzione, non impazzisce per essere visto. Un universo che può ancora permettersi di cullarsi lentamente, come una barca lasciata alla corrente. “Automatic For The People” è esattamente questo: un disco che rifiuta la fretta.

Un album che, in un certo senso, ti perseguita. La tristezza vi assume una forma corporea, la carne si sfilaccia, i sentimenti si sgretolano. Non c’è però compiacimento nel dolore, né il desiderio di trasformarlo in spettacolo. C’è, piuttosto, la necessità di attraversarlo, di riconoscerlo, forse persino di sedersi accanto a esso. Il disco possiede, infatti, la consistenza emotiva di qualcosa che viene dopo. Dopo una tempesta. Dopo una crisi. Dopo un dolore. Dopo un incubo. Dopo una notte insonne. Quando la violenza degli eventi si è, apparentemente, esaurita, ma ciò che è accaduto continua a vivere dentro di noi. È allora che scopriamo le cicatrici. Ed “Automatic For The People” porta — automaticamente — il peso personale di ognuna di esse.

Sono cicatrici collettive, spesso provocate dalla bramosia delle scelte politiche ed economiche, dalle illusioni del benessere, dalle promesse di un progresso che avrebbe dovuto renderci finalmente liberi e che invece, troppe volte, ci ha, semplicemente, insegnato nuovi modi di essere dipendenti. Ma sono soprattutto cicatrici individuali. Silenziose. Lontane dal rumore, dal clamore e, persino, dall’enorme successo di una band che, dopo “Out Of Time”, avrebbe potuto semplicemente assecondare ciò che il mondo sembrava aspettarsi da lei. Invece i R.E.M. fanno qualcosa di molto più difficile: cercano nuovamente il suono dei propri sentimenti e delle proprie emozioni.

Non una verità rivelata. Non una risposta. Piuttosto una serie confusa di pezzi, dettagli, ricordi, assenze, paure, desideri, memorie e visioni che tentiamo, faticosamente, di mettere insieme sapendo che, probabilmente, non riusciremo mai a ricomporre l’immagine originaria. Sono le nostre vite, in fondo. E anche una band, per quanto celebre, possiede una propria vita: un tempo, un luogo, una strada da percorrere, persone da perdere, corpi destinati ad invecchiare, domande alle quali non verrà data mai risposta. Eppure non c’è resa.

Forse è proprio qui che “Automatic For The People” diventa oggi ancora più necessario. Perché il deserto sociale nel quale queste canzoni continuano a vivere sembra essersi fatto enorme, costantemente spazzato dai venti taglienti della follia umana. Cavalieri scheletrici attraversano nuovamente il mondo, riducono città in polvere, diffondono i germi della guerra, dell’odio, del dolore e della sofferenza. Le nuvole oscure si addensano ancora nel cielo e abbiamo persino smesso di sapere con certezza se ciò che vediamo sia realmente accaduto.

Una fotografia potrebbe essere falsa. Una voce potrebbe non appartenere alla persona che crediamo di ascoltare. Un volto potrebbe non essere mai esistito.

Una guerra può arrivare sui nostri schermi mescolata a una pubblicità, a un video divertente, a una canzone, a un corpo perfetto, a una vacanza, a un gatto, a una nuova atrocità. Tutto scorre sulla medesima superficie e finisce per possedere lo stesso peso, o la stessa assenza di peso. Forse, anche ciò che crediamo essere il mondo potrebbe diventare una ricostruzione artificiale, prodotta da qualche intelligenza artificiale astutamente manipolata. E, forse, alla fine, del mondo non resterà nemmeno quella ricostruzione, ma soltanto un’infinità di righe di codice mescolate alla rinfusa, frammenti di qualcosa che nessuno sarà più capace di ricordare nella sua interezza.

Ed è proprio qui, in questo futuro che assomiglia sempre più a un presente senza uscita, che un disco del 1992 compie il suo piccolo miracolo. Perché “Automatic For The People” continua a ricordarci che siamo fatti di cose che non possono essere aggiornate. La perdita. La memoria. La paura. Il desiderio. La morte. L’amore. La necessità di qualcuno che rimanga accanto a noi quando tutto il resto se ne va.

Trentaquattro anni dopo, quelle canzoni non sembrano appartenere al passato. Sembrano, piuttosto, provenire da un luogo laterale rispetto al nostro tempo, come una trasmissione intercettata per caso da un pianeta lontanissimo. Ci ricordano che esisteva — e forse esiste ancora — un modo diverso di attraversare il mondo: senza dover continuamente mostrare, vendere, accelerare, reagire. Ascoltare “Automatic For The People” oggi significa, allora, concedersi il lusso quasi sovversivo della lentezza. Lasciare che una ferita resti una ferita, che un ricordo rimanga imperfetto, che la tristezza non debba, necessariamente, trasformarsi in contenuto. Significa accettare che alcune cose non guariranno. Che alcune persone scompariranno. Che alcuni fiumi continueranno a scorrere anche quando noi non saremo più qui per guardarli.

E forse proprio per questo bisogna cercarli. Seguire il loro corso. Lasciarsi portare. Come una barca alla deriva. Come una luna solitaria che continua ostinatamente a cercare le proprie sorelle nel cielo.

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About The Author

Michele Sanseverino è un ingegnere elettronico amante della poesia, della letteratura, dei viaggi e della musica. Creatore della webzine musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e membro dello staff di Indie For Bunnies (www.indieforbunnies.com), ama raccontare la musica, i dischi, i luoghi, i concerti, senza mai perdere di vista il nostro presente. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli pubblicati su Paranoid Park ed Indie For Bunnies che ripercorrono un po' del nostro cammino dalla fine della pandemia. Altre raccolte di poesia: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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