Quando incrociamo nuovamente la strada di Johnny Marr, così come accade, inevitabilmente, con Morrissey, è quasi impossibile non rivolgere almeno un pensiero a quella straordinaria, irripetibile storia umana e sonora che sono stati gli Smiths. Forse perché appartengono a un passato che il tempo ci porta naturalmente a mitizzare; forse perché furono l’espressione di un’epoca musicale che oggi ci appare più autentica, vibrante, inquieta ed innovativa; forse, più semplicemente, perché quelle sono le canzoni con cui siamo cresciuti, oppure quelle che, in un determinato momento della nostra esistenza, ci hanno spalancato le porte di questo fantastico e intramontabile mondo chiamato rock.
E così c’è sempre un sottile filo di nostalgia che finisce per insinuarsi nelle nostre emozioni. Un filo difficile da spezzare, anche quando l’obiettivo sarebbe, semplicemente, quello di parlare di “The Age Of Everything”, il nuovo album di Johnny Marr, e quindi del presente, non del passato. Perché è proprio con il presente che Marr prova, ancora una volta, a confrontarsi. Con le sue contraddizioni, le sue frenesie, la velocità con cui divora esperienze, rapporti e desideri; con quel pericoloso sovraccarico di caos e solitudine, di disumanità e algoritmo, che sembra condizionare, sempre più profondamente, il nostro modo di vivere, pensare, scegliere e persino sentire.
Marr osserva tutto questo senza assumere il ruolo del predicatore e senza trasformare le proprie canzoni in manifesti. Preferisce affidarsi alle sensazioni, cercando nella musica uno spunto, una possibile via di fuga, forse semplicemente una valvola di sfogo: qualcosa che possa farci sentire, almeno per qualche minuto, meno soli e un po’ più liberi. E, naturalmente, lo fa attraverso la chitarra,
quella chitarra che continua a essere molto più di uno strumento. È una voce, una memoria, una forma di movimento. Intrisa di atmosfere new-wave anni Ottanta, ma ancora capace di guardare davanti a sé, restituisce alle canzoni una percezione concreta di vita vissuta, immediatezza e spontaneità. Tutte qualità che appartengono profondamente alla dimensione umana e che, paradossalmente, nella nostra epoca, sembrano essere diventate quasi difetti da correggere, anomalie da controllare, atteggiamenti problematici da ricondurre dentro percorsi già stabiliti.
Johnny Marr, invece, sembra volerci ricordare il valore dell’imperfezione e, soprattutto, della leggerezza. Una leggerezza che non significa superficialità, ma capacità di attraversare il tempo senza lasciarsi, definitivamente, schiacciare dal suo peso. Nonostante gli anni trascorsi, le cadute, le pause, le separazioni, i momenti tristi e dolorosi che appartengono soltanto a una vita reale, Marr conserva ancora qualcosa di istintivo e luminoso, come se la musica potesse continuare a essere uno spazio nel quale sottrarsi alle regole, respirare e ricominciare. Perché una vita vera è anche questo: una vita vissuta senza troppi compromessi e facili accomodamenti, accettando le ferite, senza permettere loro di diventare la nostra unica identità. Continuando, magari ostinatamente, a credere che la speranza del domani possa dissolvere almeno alcune delle paure di oggi e che il tempo, dopo averci sottratto così tante cose, possa ancora restituirci un’occasione, uno spunto, un incontro, un’idea dalla quale ricominciare.
È forse questa la sensazione più bella che rimane ascoltando “The Age Of Everything”: la possibilità di costruire ancora qualcosa di nuovo e diverso, qualcosa che sappia essere, contemporaneamente, familiare e spiazzante, riconoscibile e audace. Senza cancellare ciò che siamo stati, ma senza nemmeno trasformarlo in una gabbia dalla quale contemplare, nostalgicamente, il passato.
Johnny Marr non ha bisogno di dimenticare gli Smiths, e probabilmente non ne abbiamo bisogno nemmeno noi. Quelle canzoni resteranno lì, con tutto ciò che hanno significato. Ma la nostalgia, quando non diventa rimpianto, può essere anche una forma di energia: il punto dal quale ripartire per cercare qualcosa che ancora non conosciamo. Senza rinunciare a noi stessi. Senza consegnare completamente le nostre emozioni agli algoritmi. Continuando a credere che dietro il rumore, la velocità e la solitudine del presente esista, ancora, uno spazio per qualcosa di autenticamente umano. Ce la faremo?






















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