giovedì, Febbraio 2, 2023
Il Parco Paranoico

2022, I Dieci Migliori Album

Mik Brigante Sanseverino Dicembre 7, 2022 Parole Nessun commento su 2022, I Dieci Migliori Album

In questa foto di Fatima Shbair alcuni bambini palestinesi, durante un fragile cessate il fuoco a Beit Lahia, nella striscia di Gaza, si riuniscono tra loro attorno a delle candele. E’ la foto con la quale scegliamo di accompagnare la classifica paranoica dei migliori 10 album del 2022, nella speranza che quelle esili fiammelle non si spengano mai e possano diventare, nel prossimo anno, la grande e splendente luce attorno alla quale costruire un mondo più giusto, più libero, più solidale e più pacifico. 

#10) SPIRITUALIZED
“Everything Was Beautiful”
[Recensione]

Cosa c’è sotto quelle stratificazioni decennali di minacce, di preoccupazioni, di paranoie e di stress che appesantiscono le nostre percezioni? Cosa si nasconde dietro i nostri respiri, i battiti e l’esile voce dei nostri pensieri? Ormai è evidente che non è solamente una questione di ormoni, non lo è mai stato; altre motivazioni, eteree e incorporee, al di là del cortisolo e dell’adrenalina, ben oltre l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, determinano quelli che saranno i nostri comportamenti, le nostre scelte, le nostre reazioni, il nostro IO.

#9) ETHEL CAIN
“Preacher’s Daughter”
[Recensione]

La nostra interiorità è un mondo complesso, alcuni preferiscono negarlo oppure fingere di non accorgersene, altri, invece, si accontentano dell’unico verbo, dell’unica verità, affossando, di conseguenza, il proprio spirito critico. Poi ci sono quelli che, come la cantautrice americana, preferiscono vedere e  raccontare quella dimensione umana e reale nella quale la rabbia e la violenza possono, persino, incontrare l’amore e la passione. E su questi sentieri polverosi, nel profondo sud degli States, la storia può tramutarsi in veleno e il veleno può diventare una preziosa fonte d’ispirazione.

#8) JUST MUSTARD
“Heart Under”
[Recensione]

Un lavoro che tocca, fisicamente e spiritualmente, le ferite aperte della nostra società post-tutto, una società che è, sempre più, costituita da creature depresse e solitarie, chimicamente e mentalmente assuefatte al male; inermi strumenti corporei a disposizione dell’economia neo-liberista globalizzata. Abbiamo paura di sbagliare, abbiamo paura di essere giudicati in maniera negativa, sentiamo l’obbligo – amplificato dalla rete e dai suoi finti modelli di perfezione, di benessere e di bellezza – di essere sempre performanti e produttivi. Eppure ci inceppiamo, eppure ci rompiamo, eppure le ansie e le inquietudini, che pervadono le sonorità shoegaze di questo album, sono parte di noi, vibrano nello spazio intimo dal quale emergono canzoni che riescono a trasformare le nostre cupe e infelici ossessioni in qualcosa di positivo, fantasioso e accattivante.

#7) PORRIDGE RADIO
“Waterslide, Dividing Board, Ladder To The Sky”
[Recensione]

Dolcezza e melodia incontrano trame vocali stridenti, taglienti e abrasive che mettono a soqquadro il nostro passato emotivo, sviscerando, con cruda onestà, tutto quello che abbiamo sempre taciuto, negato o nascosto. Un album che mette a nudo le dinamiche che caratterizzano i nostri rapporti sociali e le nostre relazioni affettive, che ci fa apparire, a volte, più stupidi, più ostinati, più cattivi, ma che ci restituisce il sapore prezioso ed inestimabile della verità. Solo in questo modo, infatti, possiamo crescere e maturare, solo così possiamo evitare di commettere, puntualmente, gli stessi dannati errori, cadendo nelle medesime paludi di egoismo, di insicurezza, di antagonismo o d’invidia che avvelenano i pozzi  e ci rendono schiavi di una visione univoca, maniacale, complottistica e egocentrica del mondo.

#6) WET LEG
“Wet Leg”
[Recensione]

Un disco che potrebbe essere il colpo di grazia definitivo alla nostra salute mentale, ma anche la rottura del cerchio nel quale ci siamo fatti abbindolare ed intrappolare. Chi può dirlo? Raffiche di disperazione, abissi di nevrotico romanticismo, prigioni di solitudine e anfratti di oscura depressione possono manifestarsi, in qualsiasi momento, sul nostro cammino; saremo abbastanza svegli da riconoscerli oppure è meglio essere incoscienti e passare oltre?  Chissà se queste canzoni potranno essere parte della cura o saranno solamente una delle fasi della nostra malattia, qualcosa che confonde i nostri cuori ansiosi e disaffezionati e li incastra in un sogno mellifluo che non fa altro che ripetere i suoi luminosi eccessi. Alienazione? Certo, ma è un’alienazione gratificante, perfettamente incastonata tra l’epopea bowiana e una chiassosa festa new-wave che non finisce mai.

#5) KAE TEMPEST
“The Line Is A Curve”
[Recensione]

Non esiste un’unica direzione, un unico modello di riferimento o un’unica teoria che debba avere, necessariamente, la precedenza sulle altre; il rap, un incisivo riff di chitarra, la linea ritmica di un synth, una melodia verbale, l’urgente bisogno di far sentire la propria voce, ci mostrano come, in realtà, tra due punti, non esiste un’unica linea retta, ma un insieme assolutamente caleidoscopico, stimolante, sbalorditivo di trame umane che si muovono attraverso i nostri sensi, i nostri umori e i nostri sogni. Esse cambiano e si trasformano di continuo, unendo universi che pensavamo essere totalmente disgiunti gli uni dagli altri. Ma, invece, è bastata una semplice parola, il verso di una canzone, la rima di una poesia, per dimostrarci che, ogni qual volta riusciamo a liberarci di ciò che ci portiamo, dolorosamente, dentro, diventiamo sì più fragili, ma, allo stesso tempo, ci rendiamo conto di quanto siamo simili.

#4) YARD ACT
“The Overload”
[Recensione]

E’ evidente che le democrazie occidentali sono in affanno, continuano a vendere sogni effimeri, mentre politici narcisisti e bugiardi pensano solo a difendere il proprio potere personale, a garantire vantaggi materiali a sé stessi e alla loro ristretta cerchia di amici e amici degli amici, fregandosene del prossimo e alimentando quei venti di odio, egoismo, intolleranza e ignoranza che diffonderanno, per il mondo, i semi del sovranismo, del nazionalismo e del complottismo, convincendo le persone che stanno meglio, che sono più felici, che sono più sicure, che sono più serene, se vivono sole e isolate, se votano per la Brexit, se rinunciano a esprimere il proprio dissenso, se disertano le urne, affidandosi all’ennesimo governo di emergenza nazionale, all’ennesimo governo dei migliori, all’ennesimo governo dei responsabili e all’ennesimo leader scelto dalla casta.

#3) THE SMILE
“A Light For Attracting Attention”
[Recensione]

Il sorriso di un falso profeta, il sorriso di un bugiardo, il sorriso di un pagliaccio, il sorriso di un ingannatore, il sorriso di un predatore che, sfruttando o meglio ancora nascondendosi dietro la scienza e la tecnologia, tenta di piegare il mondo intero alla sua volontà, obbligando le persone comuni ad essere al servizio di uno stato, di una società, di un’ideologia economica, di una morale, di un insieme di norme e di leggi pregiudiziali, le quali diventano sempre più disumane, più abominevoli, più assurde, più ostinate, più bramose di invadere la nostra intimità. Un modo violento di concepire la politica, del quale l’Italia, purtroppo, è divenuta un triste, ottuso, malsano e moribondo esempio. A tutto ciò gli Smile contrappongono una bellezza rarefatta, fragile e traballante, la voglia di evadere dalla prigione di passività nella quale veniamo, quotidianamente, umiliati, considerati alla stregua di bambini che non sono in grado di scegliere e di decidere il proprio bene.

#2) DRY CLEANING
“Stumpwork”
[Recensione]

Lo spoken word di Florence Shaw vive in un universo parallelo nel quale gli Smiths stanno ancora assieme, i nostri animali domestici non si sono mai smarriti e vivono felicemente con noi e la deriva capitalistica non ha preso il controllo delle nostre vite, obbligandoci ad affannarci per acquistare qualcosa che, tra un po’, passerà di moda. Perché è questo quello che fanno: costruiscono miti ed eroi, ce li vendono e poi li rendono inutili, ingombranti, dannosi, sciocchi, superati, in maniera tale da farcene desiderare altri, i quali, ovviamente, sono già lì, sugli scaffali dei loro negozi, pronti ad amarci, a farci le feste quando torniamo a casa la sera, a seguirci ovunque andiamo. Pop-punk, gothic rock, new-wave, slowcore, non importa di cosa stiamo parlando. Loro ci amano.

#1) FONTAINES D.C.
“Skinty Fia”
[Recensione]

E così il loro post-punk dalle accattivanti sfumature shoegaze incontra, dal punto di vista filosofico e spirituale, la musica delle proprie tradizioni irlandesi, senza alcun timore di giudizio o di stroncatura, non perché la band senta il dovere di esaltare quelle che sono le proprie origini o la propria nazionalità, ma piuttosto per ritrovare, nel passato più ancestrale e nascosto, la vera motivazione delle proprie fobie e delle proprie passioni, delle proprie colpe e delle proprie giustificazioni, della propria fede e dei propri peccati. Un percorso che dovremmo fare tutti, senza ambiguità, senza scadere nell’abominio del becero e volgare populismo, ma per sorpassare, invece, ogni forma di autoritarismo e ogni subdolo e feroce tentativo di manipolazione e di controllo. Un’insofferenza che non guarda solo al mondo occidentale, all’imperialismo anglo-americano, ma a chiunque, oggi, tenti di imporre, con prepotenza ed arroganza, la propria autorità agli altri attraverso le armi, l’economia o le pressioni politiche.

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About The Author

Michele Sanseverino, poeta, scrittore ed ingegnere elettronico. Ha pubblicato la raccolta di favole del tempo andato "Ummagumma" e diverse raccolte di poesie, tra le quali le raccolte virtuali, condivise e liberamente accessibili "Per Dopo la Tempesta" e "Frammenti di Tempesta". Ideatore della webzine di approfondimento musicale "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine musicale "IndieForBunnies" (www.indieforbunnies.com).

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