I Gurriers riescono nell’impresa di trascinare dentro il disco tutta la potenza abrasiva, cruda e tagliente del loro sound, e lo fanno con una naturalezza quasi brutale: sembra che stiano suonando proprio adesso, su un palco immaginario piantato nel mezzo della stanza. Chitarre come ferraglia, nervi tesi e scoperti, parole sputate in faccia. Un rovente cortocircuito tra arte e politica, musica e società, punk e solitudine, intimità e rabbia.
Perché è proprio da qui che nascono e crescono queste canzoni: dalla necessità di dare voce a ogni singolarità e, nello stesso tempo, di spingere le persone a sommarsi, a mettere assieme le forze, le speranze, le storie e il dissenso. I Gurriers non fanno sconti. E non risparmiano nemmeno quegli artisti e quelle band che hanno scelto il conforto del silenzio, quella prudente ipocrisia che permette di non scontentare mai nessuno: continuare a fare affari, gonfiare conti in banca, firmare contratti, mentre la verità viene brutalizzata, violentata, sepolta, costretta a tacere.
È un silenzio che uccide. Letteralmente. Divora il futuro, incupisce le nostre giornate e ci accompagna, rapidamente, verso la bara un mondo costruito sul compromesso, sulla convenienza e su piacevoli menzogne. I Gurriers, invece, scavano nel fango.
Affondano le mani e riportano alla luce ciò che qualcuno avrebbe preferito lasciare sepolto per sempre. Non hanno paura di sporcarsi, né di farsi male. Graffiano, ringhiano, liberano parole che diventano testimonianze di un Paese che cresce, produce, consuma, fa ottimi affari e vorrebbe, forse, dimenticare il proprio passato. Se non fosse per una scena come quella post-punk, che continua, ostinatamente, a ricordargli le ferite ancora aperte. Perché dietro la superficie scintillante rimangono luoghi spenti, case isolate, esistenze silenziose. Giorni e giorni di disagio. Una solitudine che sedimenta, corrode, fino a rendere gli esseri umani più duri, più arrabbiati e persino più crudeli.
È da questo rammarico che prendono fuoco le dieci canzoni del disco. Un rammarico che diventa rumore, attrito, materia: suono ruvido, melodie punk-rock, chitarre che sembrano sul punto di spezzarsi e un fiume di parole che, nonostante tutto, continua a cercare l’altro. Perché sotto tutta questa rabbia qualcosa resiste. La necessità della compagnia. La vita che esplode. Una scintilla di speranza. Abbastanza piccola da poter essere soffocata. Abbastanza feroce da appiccare un incendio sociale. Sull’isola, oltre il mare, oltre l’oceano. Fino a raggiungere e travolgere quelli, despoti ed assassini, che credono di poterla fare sempre franca.






















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