Immediatezza, urgenza, la percezione concreta di qualcosa di vivo, di qualcosa che sta accadendo proprio adesso e non conosce filtri, rielaborazioni algoritmiche, manipolazioni o revisioni dettate da intelligenze esterne. È questo che la band piacentina ha cercato di trasmettere nel nuovo album, registrato in presa diretta.
In fondo, ciò che si chiede a una band è, innanzitutto, di suonare: accettare il confronto diretto, sottrarsi a schemi troppo comodi e prestabiliti, assumersi il rischio di muoversi in un territorio in parte improvvisato, nel quale le trame sonore possano diventare emozioni e le emozioni trasformarsi, a loro volta, in suoni. Un percorso osmotico capace di superare distinzioni, personalità e percezioni individuali per confluire, infine, in un unico respiro. Quello del vento che mescola e confonde le foglie delle nostre esistenze.
Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere hanno seguito questo sentiero espressivo e musicale e il risultato è “Ipersensibilità”: un chiaroscuro emotivo attraversato da sensazioni diverse, talvolta contrastanti, che accoglie i pieni ed i vuoti delle nostre stagioni, le gioie e i dolori, i momenti di luce e quelli di oscurità, le paure irrazionali e gli atti di coraggio, mettendoli, a fattor comune, all’interno di un disco che sembra cercare, costantemente, un proprio punto di equilibrio.
Un luogo nel quale la spontaneità non debba più essere sacrificata sull’altare delle apparenze artificiali e l’intimità di sentimenti e desideri possa smettere di essere considerata una debolezza, tornando a essere un valore positivo da condividere, senza il timore di ritrovarsi esclusi perché estranei a determinati schemi di pensiero o di comportamento. In un mondo che tutto piega, tutto indebolisce, tutto vuole semplificare e rendere relativo e temporaneo, questo attaccamento sonoro a idee che sono anche sostanza — legno e carne, terra, respiro e presenza reale — ci riporta, inevitabilmente, a epoche più analogiche della musica rock. Ma, allo stesso tempo, ci costringe a prendere coscienza proprio del nostro presente e delle sue evidenti contraddizioni: della distanza crescente tra ciò che viviamo e ciò che, invece, mostriamo all’esterno, tra ciò che sentiamo dentro e ciò che viene filtrato, corretto, levigato, alterato, prima ancora di poter essere condiviso.
“Ipersensibilità” sceglie, invece, di lasciare qualche asperità naturale, qualche crepa necessaria, persino qualche liberatoria imperfezione. Perché è proprio lì che il suono conserva il calore di qualcosa che è realmente accaduto. E, forse, essere ipersensibili, oggi, significa semplicemente questo: continuare a recepire, ad emozionarsi, a schierarsi, a comprendere anche le ragioni e le sofferenze altrui, mentre il mondo ci invita a sentire meno e ad accontentarci di quello che ci viene suggerito e costruito attorno.






















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