Il fiume scorre e, lungo il suo percorso, mescola le proprie acque con quelle di altri fiumi, altre storie, altre sonorità. Non chiede da dove provengano, né quando abbiano cominciato il loro viaggio: semplicemente le accoglie e le trascina altrove. È così che “Today’s Minor Victories” dei Porcelain sembra raccogliere post-hardcore, noise-rock e shoegaze, disillusione e inquietudine, riff taglienti e abrasivi, trasformandoli nella materia viva di un presente che appare sempre più difficile da decifrare e, soprattutto, da abitare. Perché dietro il rumore c’è qualcosa di più profondo: l’idea di sottrarsi alla cancellazione emotiva dei tempi moderni, costruendo un nuovo centro attorno alla musica, ai concerti, agli interessi comuni, alle persone che ancora decidono di incontrarsi, riconoscersi, condividere qualcosa. Un rifugio, forse, ma non necessariamente una fuga.
Là fuori, infatti, ogni certezza sembra disgregarsi velocemente e le possibilità diventano sempre più poche, più limitate, più assurde. Siamo continuamente costretti a scegliere tra un male feroce, prepotente e rumoroso e un altro male, altrettanto spietato e disumano, che preferisce procedere in silenzio, nascondendosi dietro parole più accettabili, ma perseguendo spesso i medesimi obiettivi con la stessa crudeltà. Cambiano le forme, le narrazioni, le giustificazioni; resta quella sensazione soffocante di trovarsi dentro un meccanismo già predisposto, nel quale persino la ribellione rischia di essere prevista, catalogata, assorbita e infine rivenduta. “Today’s Minor Victories” suona, allora, come il tentativo dei Porcelain di salvare ciò che resta di un’umanità ferita e metterla, temporaneamente, al riparo sotto un tetto di chitarre. Un tetto tutt’altro che rassicurante: fatto di distorsioni, improvvisi barlumi melodici, furenti accelerazioni, feedback, tensioni e solide linee ritmiche che premono dall’interno. Non c’è consolazione, ma movimento. Non c’è una promessa di salvezza, quanto piuttosto la possibilità di rimanere svegli.
Ed è, forse, questo uno degli aspetti più affascinanti del disco: la capacità di usare il rumore non come semplice aggressione sonora, ma come antidoto al torpore morboso della normalità, a quell’ordinarietà che consuma ogni sentimento, ogni proposito, ogni visione che non riesca a rientrare nel meccanismo delle apparenze usa e getta al quale veniamo, quotidianamente, piegati. Il rumore dei Porcelain diventa così uno spazio fisico da attraversare. Musica per uscire dall’isolamento. Per catalizzare pensieri e distorsioni, feedback e percezioni reali. Per provare a scrivere davvero qualcosa di diverso: un finale che non era previsto, una trama che non era stata concordata in anticipo, una risposta che non sia identica alle mille risposte già pronunciate altrove. Forse sono proprio queste le nostre piccole vittorie.
I momenti imprevisti. I cambi di direzione. Le svolte inattese. La possibilità di incontrare qualcuno o qualcosa che modifichi, anche soltanto per pochi minuti, il percorso prestabilito. La volontà di non abbandonare i propri ricordi, mentre, contemporaneamente, ne costruiamo di nuovi. E, soprattutto, la scelta di non trascorrere la vita nella perenne attesa di qualcosa che, probabilmente, non arriverà mai. Qualcosa che continuiamo ad aspettare perché ci è stato detto che, prima o poi, ci verrà concesso da coloro che, al di là delle belle parole, delle raccomandazioni, dei consigli e dei sorrisi accomodanti, finiscono, troppo spesso, per comportarsi come i nostri guardiani. E mentre tutto questo accade, i Porcelain continuano a muoversi lungo un’ammaliante strada del rumore. È inevitabile che, percorrendola, si incontrino fantasmi. Alcuni appartengono agli anni Novanta e hanno nomi importanti: Fugazi, Pavement, Sonic Youth. Ma sarebbe riduttivo leggere “Today’s Minor Victories” come l’ennesima operazione di recupero di un immaginario alternativo ormai storicizzato. Non si tratta di ricostruire, artificialmente, il suono massiccio, viscerale e irrequieto di quelle band, né di indossarne gli abiti nella speranza che possano ancora conservare qualcosa del loro antico potere. Si tratta, piuttosto, di mescolare le proprie acque con le loro.
Perché i fiumi non tornano indietro. Continuano a scorrere. E ciò che chiamiamo passato continua, inevitabilmente, a viaggiare dentro il presente. Del resto, la musica non possiede una data di scadenza e non ha un’età. Può essere viva, reale, presente e necessaria ogni volta che qualcuno decide di ascoltarla come tale. Una canzone registrata trent’anni fa può raccontare questo mattino con una precisione maggiore di una canzone pubblicata ieri; allo stesso modo, un riff nato nel 2026 può contenere qualcosa che avevamo già sentito nel 1994 senza diventare, per questo, una sua copia. La memoria musicale non procede attraverso compartimenti stagni: accumula, disperde, trasforma, dimentica e, improvvisamente, restituisce. Forse è questo che dischi come “Today’s Minor Victories” continuano, consapevolmente o meno, a ricordarci. Non che gli anni Novanta debbano tornare — perché non torneranno e, soprattutto, non abbiamo bisogno che tornino — ma che alcune tensioni rimaste irrisolte continuano a scorrere sotto la superficie. L’alienazione, l’isolamento, la depressione, la necessità di trovare una comunità, il bisogno quasi fisico di opporre qualcosa di umano a ciò che vorrebbe renderci prevedibili, intercambiabili, innocui.
Sono cambiate le città, gli strumenti, gli schermi attraverso i quali osserviamo il mondo. Sono cambiati i guardiani. Il fiume, invece, continua a scorrere. E ogni tanto una chitarra distorta ci ricorda che siamo ancora qui. Forse è soltanto una piccola vittoria. Ma oggi potrebbe essere persino sufficiente.






















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