Sonorità abrasive, incalzanti, frenetiche. Un rumore che sembra restituire, nella sua forma più viscerale e veritiera, il frastuono caotico del mondo moderno: tutti parlano, tutti si agitano, tutti gridano i propri teoremi, tutti pretendono di imporre la propria visione, convinti di essere depositari di una qualche infallibile ragione. E nessuno ascolta.
Ma come si possono ascoltare gli altri quando il rumore non concede più pause, silenzi o interruzioni? Come possiamo riconoscere una voce quando questa si è, ormai, ridotta ad un sussurro dentro un oceano implacabile di ingiustizia, prepotenze e sofferenza?
I Gilla Band hanno la capacità di trasformare tutto questo in suono. Di condensarlo in un album che fa del dinamismo, dell’intensità e delle ritmiche ossessive, oscure ed opprimenti la propria materia vivida e pulsante. Elettronica, punk e noise-rock si scontrano, si sovrappongono, si attraggono e respingono, collassando, alla fine, l’uno dentro l’altro. Il volume non è soltanto volume: diventa linguaggio, corpo, reazione, movimento. Perché, anche se il mondo — e con esso tutti noi — sembra avvicinarsi, sempre più pericolosamente, al baratro, ad un possibile punto di rottura, la band irlandese continua, imperterrita e determinata, a tirare pugni sonori contro il muro. Pugni fatti di distorsioni, di frequenze, di urla, di feedback e di ritmi martellanti. Continua a colpire perché sa che, oltre quel muro di divisione, esiste ancora uno spazio che possiamo, e dobbiamo, riprenderci.
Uno spazio emotivo, sonoro, sociale, artistico, esistenziale, relazionale.
Uno spazio che possa salvarci dalla merda che ci invade quotidianamente, dai messaggi di odio, dalle molteplici nullità che riempiono esistenze che, purtroppo, sono destinate a restare vuote, manipolabili, precarie, schizofreniche e drammaticamente inespresse. Vite sommerse da una quantità sterminata di parole, di immagini, di musiche, di merci e di opinioni e che, proprio per questo, rischiano di non riuscire più a esprimere nulla. È per questo motivo che i Gilla Band recuperano, allora, ciò che viene prima di ogni discorso artificiale: l’urlo, la parola spezzata, il respiro, il vagito primordiale. Travolgono la normalità apparente e trasformano sonorità convulse, distorte, crude e brutali in una forma paradossale di terapia. Perché dentro questa musica fosca c’è anche qualcosa di profondamente vitale. C’è speranza. C’è futuro. C’è attitudine. C’è energia. C’è persino divertimento.
Ed è forse questa la contraddizione più affascinante di “Pugnello”: costruire una possibilità attraverso il caos, opporre movimento all’immobilità, liberazione all’oppressione, rumore al rumore. Mentre avanzano le truppe dai vessilli neri, mentre si alimentano paura e contrapposizione e le persone vengono spinte, sempre più, le une contro le altre, prende forma un pensiero che vorrebbe essere unico: illiberale, dispotico, manipolatorio, crudele. Un ordine reazionario che utilizza paura, denaro, forza, armi, media e politica per restringere, progressivamente, gli spazi dell’individuo.
I Gilla Band fanno esattamente il contrario. Non abbassano il volume. Lo alzano. E continuano a prendere a pugni il muro.






















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