Nel 2027 saranno passati cinquant’anni dal 1977.
Cinquant’anni dal momento in cui il punk smise di essere soltanto il rumore di qualche locale di periferia, di qualche strada di Londra, di una generazione senza molte promesse, e diventò una frattura visibile nella cultura occidentale.
Non fu soltanto musica. Fu un modo di guardare il presente quando il futuro sembrava essersi già consumato. Fu rifiuto, provocazione, estetica, politica. Fu anche merce, contraddizione, spettacolo, provocazione. E, soprattutto, non rimase mai fermo abbastanza a lungo da poter essere rinchiuso dentro una definizione. Da quella rapida esplosione nacquero linguaggi che continuarono e continuano, ancora oggi, a mutare: post-punk, hardcore, noise, indie, industrial, goth ed, infinite, altre deviazioni. Alcune conservarono lo spirito originario, altre lo tradirono, altre ancora fecero entrambe le cose contemporaneamente.
A cinquant’anni di distanza, allora, forse la domanda più interessante non è che cosa sia stato il punk, ma che cosa ne sia rimasto. E se abbia ancora senso parlare di punk in un mondo profondamente diverso da quello del 1977: un mondo dominato dalle piattaforme digitali di massa, dalla sorveglianza, dagli algoritmi, dalla precarietà, dalle guerre, dai droni, dalla crisi climatica e da un mercato capace di assorbire quasi ogni forma di ribellione e restituircela sotto forma di prodotto da consumare velocemente e poi gettare via.
Il Parco Paranoico ha provato, a modo suo, a raccontare questo mezzo secolo di punk, di musica e di vita in cinque parti.
Parte I – Il futuro era già finito
Il 1977, la crisi, le città, la disoccupazione, il nichilismo e quel rumore improvviso che sembrò annunciare la fine di qualcosa.
Parte II – Il punk, la politica e il mercato
La ribellione e le sue contraddizioni: anarchia, provocazione, industria culturale, appropriazione e mercificazione.
Parte III – Il punk non muore mai, cambia pelle
Quello che accadde quando l’esplosione iniziale si disperse e il punk cominciò a sopravvivere proprio grazie alle sue innumerevoli trasformazioni.
Parte IV – Il post-punk e il pianeta che non avevamo previsto
Dalle macerie del punk a una musica più inquieta, urbana e visionaria, capace, forse, di raccontare anche il mondo nel quale ci saremmo ritrovati mezzo secolo dopo.
Parte V – Chi può immaginare il futuro?
Il ritorno alla domanda iniziale. Se nel 1977 il futuro sembrava già finito, quale futuro siamo ancora capaci di immaginare nel 2027?
Abbiamo deciso di pubblicare questi cinque articoli con qualche mese di anticipo rispetto all’anniversario ufficiale. Non per anticipare una celebrazione, ma perché il punk, almeno quello che ci interessa raccontare, ha sempre avuto poco a che fare con gli anniversari.
Le commemorazioni appartengono a ciò che è morto. Il punk, invece, continua a respirare e, ne siamo certi, a creare problemi.
Cosa aspettiamo allora? Incominciamo dall’inizio: Parte I – Il futuro era già finito.























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