Dal grigiore metropolitano e cosmopolita di Francoforte, “undone” si leva come un requiem romantico per ciò che resta del nostro tempo. È la colonna sonora disillusa dei fallimenti stratificati della modernità: decenni di parole urlate nei megafoni sbagliati, di slogan ripetitivi e scoloriti, di accordi politici e sociali stipulati sotto luci al neon ormai spente. E poi ci ritroviamo qui, inermi, sospesi in un presente che ha abdicato all’umanità, consegnato nelle mani di pochi – alcuni eletti, altri autoproclamati – tutti ugualmente determinati a sfuggire al senso stesso della civiltà, a sabotare le leggi del vivere comune.
In questo scenario, ogni individuo sembra chiamato a dare il peggio di sé. E per chi è troppo sensibile per partecipare a questo funerale planetario in slow-motion, “undone” offre un rifugio, un abisso sonoro in cui sprofondare, tra trame gotiche, echi sintetici e decadenti confessioni elettroniche. Un disco che sembra emergere direttamente dall’ombra lunga lasciata dagli anni ’80, da quel decennio in cui la musica sapeva ancora raccontare il dolore con eleganza, e la speranza si celava tra le pieghe
della cupa disillusione. Qui si percepisce, infatti, lo spettro di Siouxsie Sioux, il suo canto viscerale e ieratico che spezzava le convenzioni del pop, dello show-business, della società, della cultura maschilista. Si sentono i battiti e le pulsazioni che guidavano la fuga notturna dei Clan of Xymox, l’eco distante delle cattedrali industriali dei Cocteau Twins, e quella tensione costante tra oscurità e desiderio che era propria della new wave più autentica e viscerale. Ma “undone” non è nostalgia, è reincarnazione. Non un omaggio, ma una continuazione.
Oggi, quegli spazi in cui la musica riusciva a graffiare la superficie della realtà sembrano svuotati, ma la memoria collettiva ne conserva ancora le trame e le atmosfere. A Shrine To Failure le raccolgono, le reinterpretano, le plasmano in una processione sintetica e minimale, una veglia elettronica intorno al Male e alle sue mille forme contemporanee. L’album rovista tra le emozioni scartate, quelle dismesse dalla società dell’efficienza, le più scomode: vulnerabilità, malinconia, rabbia muta e silenziosa, pietà. Le tira fuori, le espone al buio, le fa suonare. Non c’è qui alcuna pretesa di riscatto, nessun inno da sventolare bandiere sopra le rovine. Solamente una manciata di canzoni marginali, oscure e sincere, agitate, ma profondamente umane, come pensieri scritti su un diario a mezzanotte. Brani che ci accompagnano nei nostri pellegrinaggi notturni, quando le strade tornano a respirare e una vita parallela – con i suoi sussulti post-punk, le sue aritmie emotive, le sue pagine stropicciate e la sua bellezza disordinata – riprende a pulsare nei sotterranei della città.
E allora “undone” scorre, come un fiume nero che luccica sotto la luna, senza mai farsi domare, senza mai farsi catalogare. Un’ultima energia ancora libera. Un inno silenzioso alla dignità del sentire.


























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