sabato, Marzo 2, 2024
Il Parco Paranoico

2023, I Dieci Migliori Album

Mik Brigante Sanseverino Dicembre 12, 2023 Parole Nessun commento su 2023, I Dieci Migliori Album

Abbiamo il coraggio di guardare, davvero, cosa sta accadendo a Gaza? Abbiamo la voglia di informarci, di studiare, di conoscere, di analizzare le ragioni e gli errori, senza essere gratuitamente ostili o artificialmente predisposti ad una visione della realtà che è, indubbiamente, di parte?

Riusciamo ad immaginare, magari, ciò che avverrà in un prossimo futuro, se non si metterà fine alla spirale di violenza, di terrore e di morte, dalla quale alcune terre, alcuni popoli, alcune storie sembrano non poter più uscire?

Quando ci fermeremo? Quando fermeremo tutte le guerre che affliggono questo mondo? Saremo così folli da scatenare un probabilmente ultimo conflitto nucleare globale?

Trasformeremo ogni civile in un possibile ostaggio, in uno scudo umano, in una vittima innocente da sacrificare alle nostre idee, alla nostra brama di potere e ricchezze, alla nostra cieca fede, alla nostra perversa visione di Dio?

Ci sarà un giorno nel quale non sentiremo più esplodere una bomba, un missile o qualsiasi altra arma? O, se questo giorno davvero arriverà, non sarà altro che quel fatidico “giorno-dopo” che, tante volte, hanno immaginato e descritto nei film, nei libri, nei dischi o nei fumetti?

Ormai siamo diventati insensibili alle macerie, ai palazzi sventrati, alla gente in fuga, ai campi profughi, alle letali immagini di distruzione che scorrono sugli schermi dei nostri televisori, dei nostri tablet o dei nostri smartphone, mentre siamo impegnati ad organizzare le nostre serate mondane, a fare i nostri acquisti a rate, a barattare la nostra indipendenza, la nostra libertà e il nostro prezioso tempo con l’irreale, l’immaginario, il virtuale spazio distorto creato, ad arte, dai media, scambiando per felicità il continuo rincorrere impossibili miti estetici, l’irrefrenabile bisogno di possedere, il gusto perverso di vivere in un eterno presente di ignoranza nel quale siamo tutti sani, tutti belli, tutti forti, tutti perfetti. E quelli dall’altra parte dello schermo o del mare, quelli che non sono come noi, diventano semplici cose, oggetti che, quindi, possono anche rompersi, perdersi o finire. Oggetti che non ci piacciono e che getteremo via.

Con le immagini di una guerra vera, ciò che essa comporta e distrugge, vi lasciamo la classifica paranoica dei 10 migliori album del 2023.

#10) NATION OF LANGUAGE
“Strange Disciple”
[Recensione]

Perché il nostro tempo è adesso, in questo preciso istante; perché questi dieci brani ci rammentano che le nostre domande meritano ben altre risposte, risposte che non sono certo scritte in ciò che è già accaduto, quanto, piuttosto, sono disseminate sulla strada che stiamo percorrendo adesso, soprattutto quando tentiamo di spingere il nostro sguardo oltre quei muri che ci impediscono di vedere dove conduce il cammino, cosa ci riserva il domani, dov’è che troveremo, finalmente, un giardino fiorito o una casa accogliente o qualcuno che possa, almeno, ascoltarci e magari confortarci. Con le sue parole, con le sue melodie, con le linee ammalianti e liberatorie dei suoi bassi e dei suoi synth.

#9) ALGIERS
“Shook”
[Recensione]

Una musica che gli Algiers, mescolando riflessioni intime, visioni mistiche, messaggi politici, visioni distropiche, ma anche il desiderio di poter essere nuovamente felici e spensierati e dimenticare ogni ansia e ogni dolore, ballando, magari, per ore, nel dance-floor, rendono attuale e caricano di quelle che sono le nostre aspettative di una società nella quale non siano più il tuo aspetto fisico, il colore della tua pelle, il nome del tuo Dio, le tue idee o la tua lingua a determinare se oggi tu debba vivere oppure morire colpito da una mannaia, da una lama, dal proiettile d’un cecchino, da una bomba artigianale, da un missile, da un drone o da un poliziotto razzista.

#8) DEPECHE MODE
“Memento Mori”
[Recensione]

“Memento Mori” è, quindi, la rappresentazione di un mondo che è nascosto nel nostro, un mondo nel quale le persone vivono senza preoccuparsi del finale, consapevoli che la carne cerca altra carne, che lo spirito cerca altro spirito, che la musica cerca altra musica e che c’è chi continuerà a spacciare i suoi vetrini colorati per gemme preziose, le sue invettive per preghiere, i suoi giudizi per regolamenti, le sue azioni per un futuro migliore, un futuro di pace, ma si tratta di una pace malata, una pace agonizzante, una pace funesta, una pace finta, una pace che non serve, né a noi, né a questo nostro mondo. 

#7) BAR ITALIA
“Tracey Denim”
[Recensione]

Una dolcezza che sotto, sotto nasconde un messaggio aspro, ruvido, maniacale ed incombente, mentre, intanto, dentro di noi, prendono forma i contorni di un mondo alternativo fatto di bagliori improvvisi, di ritmiche vivaci, di parole insofferenti, di notti che se ne fottono della nostra diurna e quotidiana dose di finzioni, di falsità, di inutile perfezionismo e di estenuante corsa verso quel baratro di obiettivi falliti, di acquisti inutili, di frasi di circostanza, di invidie taciute e di luoghi comuni che, alla fine, si trasformerà nel nostro cimitero.

#6) BLONDE REDHEAD
“Sit Down For Dinner”
[Recensione]

Quale può essere il sapore del ritorno alla vita? E’ sicuramente simile ad un dolce risveglio, è qualcosa di delicato ed introspettivo, ma, allo stesso tempo, non può non tenere traccia, dentro di sé, di tutte le nubi grigie ed angosciose che riempiono ancora il nostro cielo, a perenne testimonianza di coloro che i sono smarriti e di coloro che ci hanno abbondonato, lasciandoci con un immenso bagaglio di immagini, di voci, di manifesti, di parole senza tempo che, adesso, i Blonde Redhead ricongiungono tra loro in quella che è una vera e propria trasposizione cinematografica della loro musica.

#5) SLOWDIVE
“Everything Is Alive”
[Recensione]

 Il loro ritorno è sì scandito dal loro sound più classico, quello degli anni Novanta, intriso di melodie e di sensibilità gothic-rock, ma è, allo stesso tempo, anche qualcosa di profondamente diverso. Le atmosfere del disco sono più dense, più cupe, più aggressive, è come se un’ombra maligna continuasse a interferire, con le sue invettive, i suoi lamenti, i suoi oscuri presagi, i suoi taglienti ronzii, in sottofondo, attraverso tutte e otto le canzoni dell’album, per metterci in guardia, tutti, band e ascoltatori. I tempi sono andati avanti…

#4) SPARKLEHORSE
“Bird Machine”
[Recensione]

Sparklehorse si agita tra le macerie, attraversa le crepe dello spazio-tempo, è l’ombra gentile che ritorna dal passato, che emerge dal futuro, che muore e rinasce in ogni presente, come un uccello di fuoco del rock che ignora i nostri confini fisici, mentali o geografici e si getta in quello che è il nuovo giorno, il giorno che trascorreremo assieme, il giorno che “Stay” renderà, in un infinito personale di ricordi ed aspirazioni, di realtà e di visioni, per sempre più luminoso.

#3) PJ HARVEY
“I Inside The Old Year Dying”
[Recensione]

Tornare è anche avere, finalmente, ritrovato la propria immaginazione, avere avuto il tempo di maturare nuove prospettive, lasciando che noise-rock, atmosfere ipnotiche folkeggianti e divagazioni elettroniche le permettessero di esprimere, ancora una volta, la propria identità, così che la sua poesia musicale risultasse sia cruda e realista, che ultraterrena e fantasiosa. Ed ecco, allora, che, dinanzi ai nostri occhi, prendono forma le sue parole, antichi guerrieri, eroi vagabondi, luoghi immaginari ed intrisi d’amore, mentre una nebbia sottile, che il vento muove con romantica leggerezza, permette ai suoi e ai nostri sentimenti inconfessati di mescolarsi con le trame sonore.

#2) BLUR
“The Ballad Of Darren”
[Recensione]

Quando band, che hanno contraddistinto un’epoca musicale passata, decidono di rimettersi assieme e di pubblicare un disco, è chiaro che alcune domande, sulla natura e sulla bontà del progetto, sorgono spontanee. Abbagliante nostalgia per la propria gioventù musicale? Falsificazione, ben architettata, di sonorità capaci di attrarre i vecchi ed i nuovi fan? Oppure – al di là degli accordi gloriosamente discendenti, delle chitarre sognanti, delle atmosfere appassionate e barrettiane – i Blur hanno, davvero, ancora, qualcosa da dirci?

#1) THE MURDER CAPITAL
“Gigi’s Recovery”
[Recensione]

Nulla è, ormai, gratuito, quel filo invisibile che lega “Existence” ad “Exist” – l’inizio e la fine, la notte e il giorno, l’inverno e l’estate, la sofferenza e la gioa – per poi riportarci, puntualmente, all’inizio dell’uroboro, rappresenta la nostra stessa vita, con tutte le sue ossessioni virtuali, le sue conquiste tecnologiche, i suoi paradisi artificiali, i suoi inferni emotivi, le sue terribili e claustrofobiche spirali di competizione. L’importante, però, è tornare con la consapevolezza di aver acquisito quelle conoscenze e quelle sensibilità tali da consentire alle nostre fragilità umane, alle nostre debolezze e ai nostri difetti di trasformarsi in una minuscola luce capace di illuminare il nostro cammino e quello di coloro che ci sono accanto, distogliendoci dalle false apparenze, dalle verità di parte, dalle estetiche di consumo, dalle manipolazioni digitali. 

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About The Author

Michele Sanseverino, poeta, scrittore ed ingegnere elettronico. Ha pubblicato la raccolta di favole del tempo andato "Ummagumma" e diverse raccolte di poesie, tra le quali le raccolte virtuali, condivise e liberamente accessibili "Per Dopo la Tempesta" e "Frammenti di Tempesta". Ideatore della webzine di approfondimento musicale "Paranoid Park" (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine musicale "IndieForBunnies" (www.indieforbunnies.com).

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