Dietro i passamontagna, di solito, ci sono i nemici. Quelli che devono agire nell’ombra e non essere riconosciuti, quelli che nascondono il volto perché, nel nome di un governo, di un regime, di un’ideologia o di un Dio costruito a proprio esclusivo uso e consumo, si sentono autorizzati a compiere le peggiori nefandezze. Il passamontagna protegge l’identità, cancella i lineamenti, trasforma un volto in qualcosa di anonimo e potenzialmente minaccioso.
Fortunatamente, ieri sera non è stato così. Sul palco del DSSZ Club di Baronissi, dietro quei passamontagna, c’era solamente l’amore. Un amore ruvido, consumato, imperfetto. Un amore che non ha bisogno di diventare rassicurante per essere riconosciuto come tale. È fatto di chitarre, batteria, melodie e parole che entrano, immediatamente, in testa e finiscono per restarci molto più a lungo di quanto ci si aspetti. Un amore capace di tenere assieme generazioni diverse, senza che queste sentano il bisogno di guardarsi con diffidenza, ostilità, rabbia o preoccupazione. Un amore che è desiderio e perdita, sogno e rivincita, caduta e disperazione; che attraversa giorni, apparentemente tutti uguali, e riesce, invece, a scoprire dentro ciascuno di essi qualcosa di particolare, fragile e prezioso.
È semplice e potentissima l’estetica dei Sick Tamburo. Lo è nella musica, nei testi, nei corpi, nei volti nascosti e, soprattutto, in quella linea temporale che il gruppo continua ostinatamente a rivendicare, da “Betty Tossica” fino ai brani dell’ultimo album in studio, “Dementia”. Non c’è nostalgia gratuita in questo percorso, né la necessità di celebrare ciò che è stato soltanto perché appartiene al passato. C’è, piuttosto, la consapevolezza del tempo. Perché il tempo, checché ne dicano social e influencer, impegnati a costruire l’illusione di un eterno presente, passa. Passa davvero. E spesso, mentre passa, porta via con sé parti fondamentali di noi stessi: persone, luoghi, possibilità, desideri, convinzioni, persino alcune delle versioni che siamo stati. Forse, è proprio per questo che diventa così importante provare ogni volta a ricostruire qualcosa attraverso lo stare insieme. Partecipare in maniera attiva. Rivendicare i propri spazi, il proprio tempo e le proprie emozioni. Sottrarre almeno per qualche ora la vita all’isolamento, alla rassegnazione, alla passività con cui, troppo spesso, ci viene chiesto di attraversarla.
E un concerto può essere sempre un ottimo inizio. Può esserlo ancora di più quando avviene in un luogo strappato all’incuria, all’abbandono o, semplicemente,
al silenzio. Un posto che un tempo era altro, che apparteneva a una concezione puramente materialista ed industriale dello spazio e che, improvvisamente, senza rinnegare ciò che è stato, comincia a respirare una vita differente. Il cemento resta cemento, il metallo resta metallo: non occorre cancellare le cicatrici. Basta cambiare ciò che accade al loro interno. Così uno spazio nato per produrre qualcosa diventa uno spazio nel quale produrre relazioni, emozioni, memoria. Una piccola trasformazione che, in fondo, racconta anche ciò che può fare la musica: prendere quello che già esiste — persino ciò che appare freddo, consumato o inutile — e restituirgli una possibilità. Che poi l’amore che lo attraversa sia giovane o invecchiato importa poco.
Perché quando i Sick Tamburo iniziano a suonare e la gente comincia a muoversi, saltare, cantare, spingersi e riconoscersi nelle stesse parole, le singole individualità sembrano progressivamente perdere i propri confini. Non perché debbano essere cancellate, ma perché, almeno per la durata di una canzone, possono diventare parte di qualcosa di più grande. Una sola voce composta da molte voci, un solo corpo costruito da corpi differenti. Ed è una voce che chiede di essere ascoltata.
Una richiesta che, inevitabilmente, sembra risuonare anche al di fuori delle pareti del club, soprattutto in giorni come questi, mentre in gran parte dell’Italia e dell’Europa altre voci cercano di farsi sentire e di rivendicare la stessa cosa: il diritto a non essere soltanto numeri, statistiche o risorse. Risorse da sfruttare, spostare, consumare o sacrificare sull’altare di politiche economiche speculative e disumane. Questo è il motivo per cui certi concerti riescono ad andare oltre il semplice concerto. Non perché debbano, necessariamente, trasformarsi in comizi, né perché una canzone possa cambiare da sola il corso delle cose, ma perché ricordano qualcosa che rischiamo continuamente di dimenticare: esistiamo ancora gli uni accanto agli altri. Possiamo ancora riconoscerci. Possiamo ancora occupare uno spazio assieme e decidere che, almeno lì, almeno per quella sera, nessuno è soltanto una cifra.
Dietro i passamontagna dei Sick Tamburo, allora, non c’è nulla da temere. Ci sono vite che hanno conosciuto il tempo, le assenze, le ferite e la perdita. Ci sono canzoni che continuano a trasformare tutto questo in movimento. C’è un pubblico che risponde, canta, suda e si stringe. E c’è soprattutto quell’amore ruvido da cui eravamo partiti. Perché il dolore, la sopraffazione e l’odio possono occupare enormi porzioni del nostro tempo, possono attraversare la storia e pretendere continuamente spazio. Ma non hanno, e non avranno mai, il controllo definitivo di queste vite. E nemmeno di queste musiche piene d’amore.






















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