Evolversi per non soccombere. È qualcosa che in natura accade continuamente, una necessità prima ancora che una scelta, eppure proprio noi esseri umani, oggi, chiusi nelle nostre stupefacenti bolle di comodità, sembriamo averlo dimenticato. Preferiamo sgretolarci dentro un presente onnivoro di tecnologia, certezze precarie e gratificazioni immediate, piuttosto che interrogarci davvero su come sarà il domani: quali cambiamenti porterà con sé, come saremo costretti ad adattarci, a cosa dovremo rinunciare e cosa, invece, finirà, inevitabilmente, per entrare nelle nostre vite, modificandone abitudini, rapporti e prospettive.
È da considerazioni come queste che sembra prendere forma “Death Of Permanence”, al quale i Threestepstotheocean affidano la propria risposta sonora. Una risposta che non pretende di offrire soluzioni definitive, ma sceglie il movimento contro l’immobilità, la trasformazione contro la permanenza. La band milanese si serve così del passato non come rifugio malinconico e rassicurante o come modello da replicare all’infinito, ma come punto d’appoggio dal quale spingersi altrove: saltare verso territori differenti, seguire le luminose traiettorie del post-rock, sprofondare in oscure cavità psichedeliche, confondere influenze sedimentate e sperimentazioni contemporanee, lasciando che linguaggi, suggestioni e sensibilità diverse entrino, continuamente, in collisione.
È una musica che cerca nell’incontro una possibile via di fuga dalla stagnazione. Le proprie visioni vengono messe in relazione con quelle di altri artisti e compagni di viaggio, in un continuo scambio di prospettive che diventa parte integrante del processo creativo. Perché evolversi significa anche contaminarsi, accettare l’interferenza, permettere a qualcosa di estraneo di alterare equilibri che sembravano consolidati. Significa spezzare la catena della monotonia, delle verità parziali, delle staticità tossiche e delle ripetizioni fini a sé stesse, per diventare parte attiva di un processo inevitabile e cangiante, emotivamente vivo, forse non sempre perfetto o prevedibile, ma proprio per questo autenticamente vitale.
“Death Of Permanence” sembra muoversi esattamente dentro questa instabilità. Non celebra il cambiamento con ingenuo ottimismo, né lo osserva come una promessa necessariamente salvifica: lo assume piuttosto come condizione imprescindibile dell’esistenza. Un movimento al quale non possiamo sottrarci e che ci obbliga a riconsiderare ciò che siamo stati, ciò che siamo e, soprattutto, ciò che potremmo diventare. I Threestepstotheocean ne assecondano le tensioni e le contraddizioni, determinati a riscrivere, almeno musicalmente, le regole di un mondo e di una società che sembrano sempre più impegnati a divorarsi dall’interno. E se quell’interno è ormai ingombro di credenze, assiomi, slogan e rassicuranti convinzioni precostituite, allora è forse arrivato il momento di rivolgere lo sguardo verso l’esterno. Cercare altre possibilità, altre voci, altri linguaggi; lasciare entrare ciò che ancora non conosciamo e accettare che possa trasformarci.
La musica rimane uno dei modi più efficaci per farlo. Perché vive di relazioni, frequentazioni, intrecci e ascolti; attraversa epoche e sensibilità, assimila ciò che incontra e restituisce qualcosa che prima non esisteva. Ed è proprio in questa disponibilità alla contaminazione, nel rifiuto della permanenza come valore assoluto, che i Threestepstotheocean sembrano individuare una possibile risposta: non opporsi al cambiamento, ma attraversarlo. Non conservare, ostinatamente, una forma, ma continuare a cercarne di nuove. Perché, alla fine, sopravvivere significa anche questo: avere il coraggio di non rimanere uguali a sé stessi.






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