Una band che sfugge alle definizioni e che, invece, cattura l’attenzione del pubblico, la cerca, la desidera, la amplifica attraverso sguardi, movimenti, improvvise accelerazioni, rimuovendo quel muro invisibile che, troppo spesso, ci impedisce di essere davvero noi stessi, di gridare, sorridere, piangere, saltare, desiderare, senza sentire il peso del giudizio cadere su di noi come un’immancabile falce. Con gli Erotic Secrets Of Pompeii, invece, quella falce la teniamo noi tra le mani, ma soltanto per recidere le relazioni tossiche, i legami assurdi, le fobie, le ossessioni e tutte quelle sovrastrutture che ci impediscono di avere il controllo delle nostre vite, obbligandoci a elemosinare ogni risposta, ogni libertà, ogni sogno. È un gesto simbolico, certo, ma sul palco diventa fisico, carnale, quasi rituale: qualcosa che passa attraverso i corpi prima ancora che attraverso le parole.
L’art-rock della band inglese è, allora, il suono angolare e asimmetrico della riscossa dei sentimenti, della sensualità, della voglia di evadere dalle prigioni mentali, emotive e sociali nelle quali ogni gesto deve essere soppesato sulla bilancia dell’apparenza e della convenienza. È musica che procede per tensioni, scarti, aperture improvvise, che sembra costruire, continuamente, un equilibrio soltanto per distruggerlo un istante dopo. Perché anche l’equilibrio, quando diventa imposizione, può essere una gabbia.
Grida, scuotiti, balla, vivi. Sembra la cosa più immediata del mondo, eppure non è affatto semplice, almeno non oggi. Viviamo circondati da occhi, reali o immaginari, continuamente intenti a misurarci, catalogarci, trasformarci nella versione più facilmente accettabile di noi stessi. E così persino l’istinto finisce per chiedere permesso. Gli Erotic Secrets Of Pompeii sembrano voler partire proprio da qui: dalla riconquista dell’istinto. Potremmo, naturalmente, fare molti paragoni, ritrovare idee, suoni, atteggiamenti e movenze in altre band, in altri artisti, in altre epoche. Potremmo scomporre questa creatura nelle sue componenti, assegnare un’origine a ogni frammento glam, tracciare genealogie e compilare mappe. Ma servirebbe davvero a poco. Perché ogni umanità è singolare, ogni teatralità nasce anche da esperienze personali, da paure, desideri, rimorsi e contraddizioni che appartengono soltanto a chi le porta sulla scena.
E tutto, quando trova la propria forma, può essere illuminato dal fuoco della rivolta. Non necessariamente una rivolta politica, dichiarata, programmatica. Piuttosto quella più antica e forse più difficile: il non volersi piegare. Quell’attitudine primordiale che non ci ha mai realmente abbandonato e che, semmai, abbiamo imparato a rendere silenziosa, tenue, nascosta. La custodiamo da qualche parte, sotto strati di educazione, paura, opportunità e convenienza, aspettando, inconsapevolmente, il momento giusto per lasciarla riesplodere. Ed è, forse, proprio questo che è accaduto sul palco del Kindergarten di Benevento.
Come se alcune divinità ancestrali della psichedelia cosmica, quelle che solitamente abitano nelle regioni più profonde dell’universo e dell’io, avessero deciso, per una notte, di abbandonare le proprie orbite e presentarsi davanti a noi in forma sonora. Non solenni, però. Non ieratiche. Piuttosto irriverenti, ambigue, sensuali, grottesche. Divinità capaci di ridere della propria stessa tragedia. Il pop diventa allora oscuro e trepidante, attraversato da ritmiche incisive e nervose, mentre la chitarra, ora suadente, ora tagliente, si piega alla perfezione alla natura mutevole di quella creatura magica che è la band. Tutto sembra sul punto di trasformarsi, continuamente, in qualcos’altro: il dramma diventa commedia, la commedia assume, improvvisamente, i colori dell’orrore, l’orrore si fa danza e la danza, quando ormai sembra averci trascinati definitivamente nel sottosuolo, riverbera di una luce immacolata negli occhi di ogni giullare, ogni avventore di passaggio, ogni essere lunare che abbia deciso, ieri sera, di ascoltare i segreti che echeggiano nell’ombra.
Ed è proprio questa instabilità a rendere il concerto qualcosa di più di una semplice successione di canzoni. Il palco non è più il luogo separato sul quale
qualcuno si esibisce, mentre altri osservano. Il confine si assottiglia. Lo sguardo diventa complicità, il movimento contagio, il pubblico parte di una rappresentazione che non ha bisogno di una trama perché la sua trama siamo noi: le nostre esitazioni, i nostri desideri repressi, le identità che mostriamo e quelle che continuiamo a nascondere. Forse, è per questo che la teatralità degli Erotic Secrets Of Pompeii non appare mai come un semplice artificio scenico. Dietro il trucco, il gesto, l’eccesso e la provocazione rimane qualcosa di profondamente umano: la necessità di deformare la realtà per riuscire, finalmente, a raccontarla. Perché certe verità, quando vengono pronunciate con una voce normale, finiscono per confondersi con il rumore quotidiano. Bisogna, allora, esasperarle, vestirle di colori impossibili, farle danzare, renderle mostruose, sensuali, ridicole. Bisogna trasformarle in creature.
Ed ecco che il Kindergarten diventa, per qualche ora, un piccolo cabaret alla fine dell’universo, un luogo fuori dalle coordinate abituali nel quale il corpo recupera il diritto di essere corpo e l’identità smette di essere una definizione per ritornare ad essere possibilità. Qui potrebbe aggirarsi anche Arthur Rimbaud, adolescente eterno e fuggiasco, osservando divertito questa strana congrega di umanità. Perché c’è qualcosa della sua poesia in una musica che cerca la verità attraverso la deformazione, qualcosa del veggente nella volontà di attraversare il disordine per scoprire ciò che normalmente rimane invisibile.
Qualcosa che riguarda il desiderio. Quello di diventare altro, di perdere, per qualche istante, il nome che ci hanno assegnato, di sottrarci alla forma nella quale gli altri vorrebbero conservarci. Rimbaud avrebbe, probabilmente, riconosciuto quella vertigine: l’io che smette di essere una fortezza e diventa passaggio, metamorfosi, incendio. Quando le ultime vibrazioni si disperdono nell’aria del Kindergarten, resta proprio questo: la sensazione che qualcosa sia stato reciso e qualcos’altro liberato. La falce è ancora nelle nostre mani. Sta a noi decidere cosa tagliare.






















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