Trent’anni. Una vita musicale. Eppure i Cut sono ancora sulla strada. Ovviamente quella sbagliata. Quella che richiede coraggio, autonomia, volontà. Quella sulla quale non esistono scorciatoie, né ammiccamenti commerciali, politici o radiofonici, perché, alla fine, rimangono soltanto la verità delle parole, il rumore delle chitarre, il punk-rock, il garage rock. E la necessità, quasi fisica, di continuare a suonare. Una verità spesso scomoda, per nulla incline al compromesso, indifferente agli schemi e ai modelli estetici osannati da media sempre più aggressivi, dispotici e invasivi. Una verità antica e selvaggia, cruda e brutale, che discende dal fuoco sacro degli MC5, esplode nel Covo di Bologna e da lì si propaga, anno dopo anno, di città in città, macinando chilometri, storie, cadute, rivincite, concerti, palchi, dischi.
Trent’anni, appunto. Ma non esiste una sola verità, così come non esiste una sola strada per raccontarla. Ha molte voci, molti volti, molte ferite. E, ieri sera, i Cut ce ne hanno fatta ascoltare una al Mr Rolly’s di Vitulazio, piccolo locale fuori dalle grandi rotte della musica instagrammabile, lontano dai riflettori e dalle liturgie dell’apparire a tutti i costi, ma per nulla disposto a piegarsi o a scomparire nel silenzio di quella comfort zone che, sempre più spesso, ci sottrae la vitalità, il rumore, la voglia di fare casino, di incontrarci e di divertirci ancora con le nostre passioni e i nostri sogni.
Per questo era importante esserci. Non semplicemente per assistere a un concerto, ma per riconoscersi, almeno per una sera, in qualcosa che continua, ostinatamente, ad accadere fuori dagli algoritmi, dalle mode, dalle classifiche, dalle strategie di comunicazione. Qualcosa che esiste perché qualcuno continua a salire su un palco e qualcun altro continua a voler stare sotto quel palco. E quello dei Cut è stato, ancora una volta, un live infuocato. Perché i Cut sembrano avere questa capacità: mostrarci il nostro lato più vero, più audace, più sincero. Quello che non si maschera e non si camuffa. Quello che accetta lo scorrere delle stagioni e non ha bisogno di fingere un’eterna adolescenza; quello che conosce il dolore e la mancanza, la sconfitta e la solitudine, ma continua, ostinatamente, a resistere, a reclamare i propri spazi espressivi e a urlare forte la propria voce.
E quella voce, dal vivo, diventa materia. Diventa una ritmica incalzante, una batteria che sembra voler frantumare tutto ciò che incontra sul proprio cammino,
mentre le due chitarre si chiamano, si inseguono, si scontrano e si ritrovano, disegnando pieni e vuoti sui quali le canzoni corrono via veloci. Non c’è bisogno di sovrastrutture: c’è l’urgenza. C’è quel suono ruvido, fisico, sporco quanto basta per ricordarci che il rock, quando conserva una ragione per esistere, non dovrebbe rassicurare nessuno. Dovrebbe svegliarci. E così le canzoni dei Cut finiscono per ricordarci ciò che siamo e, soprattutto, ciò che è successo mentre facevamo finta di avere degli impegni. Mentre eravamo distratti. Mentre distruggevano il mondo, ammazzavano le persone e ci intossicavano con le loro menzogne. Mentre tutto diventava contenuto, immagine, slogan, consumo rapido, indignazione programmata e, altrettanto rapidamente, dimenticata.
In mezzo a tutto questo rumore artificiale, il rumore vero di una band diventa quasi un atto di resistenza. Il rock ipersonico dei Cut, sospeso tra garage e punk, è allora un modo per recuperare il cammino perduto, per risvegliarsi e provare ad abitare davvero il proprio tempo. E, forse, è proprio questo uno degli aspetti più importanti: non c’è alcuna nostalgia da celebrare. Non gli anni Ottanta, non i Novanta, non un passato mitizzato al quale aggrapparsi perché il presente fa paura.
C’è oggi. Il nostro oggi. Con le sue guerre e le sue follie, le sue solitudini, le sue menzogne ripetute fino a sembrare verità, la sua ossessione per l’immagine e il consenso. Ed è dentro questo presente che i Cut continuano a suonare mostrando la stessa attitudine di sempre: quella che non teme il giudizio sommario, la colpevolizzazione, l’accusa, la bugia. Quella che non chiede il permesso di esistere. Dopo trent’anni sono ancora lì. Sulla strada sbagliata. Per fortuna.





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