In una società che distribuisce patenti di esistenza e di successo, non sulla base di ciò che siamo, ma di ciò che pubblichiamo, l’immagine diventa più importante della carne, il video più reale della voce, il “like” più decisivo del respiro. Il valore di una persona non si misura più nel suo sguardo, nei suoi comportamenti, nella sua sensibilità, ma si misura in followers. È una religione muta e spietata, dove il culto non è Dio, ma l’apparenza e dove, di conseguenza, l’altare non è altro che uno schermo retroilluminato.
Le immagini, allora, non sono più semplici ricordi o memorie, ma diventano trofei, merci, simboli di forza. E quando una cosa ha valore, qualcuno troverà sempre il modo di rubarla, di smerciarla, di venderla. C’è, infatti, un mercato oscuro che si nutre delle nostre intimità, che trasforma la fragilità in spettacolo superficiale, che riduce la pelle a banconota digitale, il corpo a una mera moneta di scambio. Un mercato fatto di speculatori senza volto e senza nome, truffatori e manipolatori che non conoscono pudore, né pietà, e che sono pronti a guadagnare sulla vergogna altrui, a trarne profitto anche a costo di distruggere vite, famiglie, relazioni, identità.
In questo inferno digitale, si consuma una nuova forma di violenza: silenziosa, virale, maniacale, morbosa, invisibile. Immagini e video diventano armi puntate anche contro chi non ha scelto e, ovviamente, contro chi ha avuto fiducia, contro chi non credeva che un momento privato potesse trasformarsi in una lapidazione pubblica. Intimità violate, corpi esposti come se fossero manichini nudi sui quali appendere i propri commenti violenti, sessisti, razzisti e maschilisti: parole come pietre, frasi come coltellate, applausi virtuali che, in realtà, sono ghigni di disprezzo e di vile ipocrisia.
Forse bisognerebbe avere il coraggio di resettare tutto. Cancellare, oscurare, rendere inaccessibili quelle immagini e quei video che non nutrono nulla se non il nostro lato più oscuro e aberrante. Spegnere gli schermi che amplificano ossessioni, vanità e desideri malati. Immaginare copertine nere, non più volti patinati: solo scritte, come se si trattasse di immaginari vinili.
Un maiale che vola sopra la Battersea Power Station. Quattro uomini che camminano tra le rovine di Pompei. Una mucca bianca e nera in un campo, ferma, indifferente,
davanti a noi. Una foto dentro una foto dentro una foto. E noi, costretti a fermarci, ad ascoltare finalmente il silenzio dei nostri stessi pensieri.
Ci accorgeremo, allora, di ciò che abbiamo fatto? Resterebbe lo shock, forse la nausea, forse l’umiliazione? E se nascesse, magari, anche una possibilità nuova, ovvero la capacità di guardare, finalmente, chi ci sta accanto con occhi diversi, meno filtrati e più umani? La capacità di distinguere la realtà dalla farsa virtuale, la persona dal personaggio, il corpo dalla sua mercificazione.
Eppure, mentre ci interroghiamo, lo spazio attorno a noi si restringe sempre più. Non più muri di pietra, ma muri di dati, di bit e di byte. Muri apparentemente bianchi, ma macchiati di rosso. E quel rosso non è vernice: è sangue; sangue degli innocenti sacrificati a un’illusione, esposti, derubati, traditi, violentati e, infine, gettati via quando non servivano più.
E così ci resta una ultima domanda, una sola sola: vogliamo continuare a costruire un mondo di specchi deformanti e di vetrine crudeli, o abbiamo ancora la forza di spegnere il riflesso e ricominciare ad ascoltarci e vederci davvero?


























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