I Fat Dog sono una band a cui non piacciono i confini. Né quelli fisici, che separano le persone e trasformano le differenze in distanze, né, ovviamente, quelli musicali. Le loro sonorità incalzanti assomigliano a una sorta di carnevale di Brixton, febbrile e scomposto, nel quale punk ed elettronica seguono la medesima traiettoria espressiva ed emotiva, concedendosi divagazioni pop, derive sperimentali e improvvise deviazioni, fino a rendere quasi impossibile stabilire dove finisca un linguaggio e ne cominci un altro.
È una musica che sembra assimilare fino in fondo le reciproche influenze e le inevitabili commistioni di uno dei grandi centri nevralgici del mondo contemporaneo: Londra. Una città che non è, semplicemente, lo sfondo delle loro canzoni, ma quasi una componente aggiuntiva della band, una presenza che entra nei suoni con tutte le sue differenti facce, le sue lingue, le sue culture, le sue tensioni e contraddizioni. Elementi diversi che riescono a stare assieme sopra un’intelaiatura sonora che è, allo stesso tempo, quella urbana della metropoli: stratificata, rumorosa, imprevedibile, congestionata, seducente e talvolta persino ostile.
In un’epoca che sembra avere sempre più fretta di dimenticare, sostituire e cancellare, i Fat Dog continuano, invece, a essere un’espressione vivace e irrequieta del luogo dal quale provengono, delle proprie passioni – a cominciare dal calcio – e delle contraddizioni sociali ed umane che possono toccare, quotidianamente, con mano. Contraddizioni che in “Cancel Me (I’m Tired)” non vengono necessariamente risolte, né trasformate in proclami, ma assorbite, deformate e alleggerite attraverso
una fragorosa ironia, il movimento e il ballo. Perché, in fondo, i dancefloor sono sempre stati uno dei modi più pacifici e convincenti per mettere assieme persone apparentemente diverse. Corpi, identità e provenienze che, per qualche ora, smettono di essere categorie e diventano, semplicemente, movimento. Ed è, forse, proprio qui che la musica dei Fat Dog assume una valenza ulteriore: non nell’enunciazione di un messaggio, ma nella costruzione di uno spazio comune, fisico prima ancora che ideologico, nel quale la differenza non viene cancellata, ma amplificata, accolta ed, infine, trasformata in energia.
Intanto l’elettronica esonda oltre i grintosi argini punk ed alternative-rock, assumendo connotazioni meticce e molteplici. Synth, chitarre, pulsazioni dance e tensioni quasi industriali si urtano e si rincorrono, mentre il caos diventa metodo e l’eccesso una possibile forma di equilibrio. La band sembra divertirsi a sabotare qualsiasi tentativo di classificazione, accelerando quando ci si aspetterebbe una pausa, deviando quando la strada sembrerebbe già tracciata, alternando aggressività e leggerezza, oscurità e una sorta di euforia collettiva. Eppure “Cancel Me (I’m Tired)” non vive soltanto di ritmiche incisive, atmosfere crude e divergenti, casino, provocazioni e pura energia. Dentro questo organismo rumoroso affiorano anche momenti capaci di soffermarsi sugli aspetti più intimi, riflessivi e persino romantici delle nostre caotiche e spesso asfissianti esistenze. Come se, una volta esaurita, per qualche istante, la frenesia del club, restasse qualcuno da solo sotto le luci ormai accese, costretto a fare i conti con ciò che il rumore era riuscito, temporaneamente, a nascondere.
È proprio questa possibilità di mostrare una vulnerabilità dietro la corazza ritmica a rendere il viaggio più interessante. La stanchezza evocata dal titolo diventa, allora, qualcosa di più di una semplice condizione individuale: è anche quella prodotta da un presente che pretende, continuamente, attenzione, appartenenza, definizioni, schieramenti; un mondo velocissimo nel giudicare e altrettanto rapido nel dimenticare. “Cancel Me (I’m Tired)” diventa così un bel viaggio, dentro un territorio sonoro deliberatamente instabile e fluido, a tratti persino oscuro e meditativo, ma sempre pronto a lasciarsi attraversare da accelerazioni improvvise verso il futuro. Un futuro nel quale, però, ci auguriamo di riuscire ancora a riconoscerci gli uni negli altri prima che qualcuno decida di tracciare un nuovo confine. E, soprattutto, di non venire cancellati, marginalizzati o estromessi soltanto perché giudicati diversi, stanchi, strani. Del resto, se proprio dobbiamo essere strani, tanto vale continuare a ballare.






















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