Questa storia non chiedeva soltanto di essere riletta. Domandava delle note, lievi e necessarie. Un ritorno consapevole a quei suoni, in un presente che, per molti aspetti, sembra aver smarrito la capacità di ascoltare.
E invece, ieri sera, al Parco Archeologico di Egnazia, sul litorale pugliese, non è andato in scena solamente un concerto. Chi era presente ha potuto respirare — ancora una volta o per la prima volta, non fa alcuna differenza — l’essenza di ciò che fu quel decennio, gli anni Novanta: quello che le persone speravano e quello che, purtroppo, ricevettero in cambio da una politica che, invece di ascoltare, finse soltanto di farlo, per poi sottomettersi, prudente e impaurita, alla catena d’acciaio del potere.
Sarebbe facile chiamarla nostalgia. Sarebbe anche sbagliato.
Perché ieri sera non si trattava di tornare indietro. Si trattava, semmai, di scoprire quanto di quel tempo fosse riuscito ad arrivare fin qui. Quella sensibilità ha resistito. Incurante del grigiore, delle tecnologie sempre più potenti, degli slogan sempre più vuoti, delle relazioni che si sbriciolavano, dei club che chiudevano, dei luoghi di aggregazione trasformati, troppo spesso, in occasioni per instagrammare la propria solitudine interiore. Ha resistito sotto traccia, forse ferita, forse disillusa, ma viva.
E ieri sera si è ritrovata in una piazza. Non virtuale. Reale.
Una piazza fatta di persone in carne e ossa, più o meno giovani, alcune con dentro la memoria vissuta di quegli anni, altre arrivate molto dopo, ma tutte, almeno per qualche ora, consapevoli di essere parte attiva di un viaggio. Quello dei C.S.I., certo. Ma anche quello di un’esistenza che ha ancora bisogno di recuperare i rapporti, di cancellare i torti, di riconoscere le ferite, di ricominciare a guardarsi davvero negli occhi. Un’esistenza che ha bisogno di costruire non una pace, astratta e pronunciata nei discorsi ufficiali, ma centinaia, migliaia, milioni di paci. Una per ogni essere umano.
Forse è proprio questo che può fare la musica quando smette di essere semplice intrattenimento. I
Greci avevano intuito qualcosa di profondissimo quando affidavano all’arte la possibilità della katharsis: attraversare insieme tutte le emozioni, quelle buone, quelle cattive, lasciarsi scuotere da esse e uscirne, in qualche modo, diversi, liberi, consapevoli. Perché ci sono emozioni che, vissute da soli, rimangono dolore, terrore, rabbia o rimpianto; ma quando, invece, esse attraversano, contemporaneamente, migliaia di corpi, davanti a un palco, diventano qualcos’altro. Diventano riconoscimento. Appartenenza. Comunione.
Una comunione laica, però. Senza altari e senza sacerdoti. Una fratellanza musicale a cui non importa una sega dei preti, dei pope, dei rabbini o dei mullah, così come non importa una sega della NATO, della Cina, della Russia, dell’Iran, degli Stati Uniti, di Israele e di tutti quei Paesi, quei governi, quegli apparati e quelle organizzazioni che continuano a dividere, a soggiogare, ad impaurire, a sfruttare, a controllare, a condannare, a perseguitare, a vietare, a intimorire e, soprattutto, ad ammazzare la gente.
Le persone. I bambini. I più deboli. I più fragili.
Cambiano le coordinate geografiche, cambiano le bandiere, cambiano le giustificazioni. I cecchini, invece, restano. Cecchini in divisa, in giacca e cravatta, in abito scuro. Puliti, rispettabili, educati, istruiti, eleganti. A distanza sufficiente dal sangue per poter fingere di non sentirne l’odore. E sempre più disumani, crudeli, spietati.
Forse, anche per questo, ieri sera, quelle canzoni non appartenevano più soltanto agli anni Novanta. Appartenevano al presente. Perché esistono opere che il tempo non riesce a trasformare in reperti. Continuano a interrogare chi le ascolta, proprio perché il mondo, che avrebbero voluto contribuire a cambiare, non è cambiato abbastanza. E allora ritornano. Non come reliquie da esporre in un museo del tempo, ma come domande ancora aperte. In mezzo alle pietre millenarie di Egnazia, questa sensazione è diventata quasi fisica. Intorno c’erano le tracce di uomini e di donne scomparsi da secoli; davanti, uomini e donne vivi, che cantavano assieme. E, per qualche ora, il tempo ha perduto la propria rigorosa geometria lineare: passato e presente hanno smesso di essere territori separati.
Basti sapere che è accaduto. Che persone sconosciute hanno cantato le stesse parole, riconosciuto le stesse ferite. Che per qualche ora l’io ha accettato di arretrare e di lasciare spazio al noi. Ed è questa la cosa più profondamente politica accaduta ieri sera: riconoscersi.
Perché i libri bruciati, i libri inceneriti, i libri cancellati possiedono uno strano potere: possono
ritornare, miracolosamente, in vita. Qualcuno può strapparne le pagine, proibirli, bruciarli o dimenticarli, per sempre, sugli scaffali della storia. Può dichiarare conclusa un’epoca, archiviare le sue speranze, irridere le sue sconfitte. Ma basta che qualcuno ricominci a leggerli perché le parole tornino a respirare. Con la musica accade qualcosa di ancora più magico. Basta una nota. Poi un’altra. Basta ascoltare, aprire il cuore, emozionarsi. Basta riconoscere, per qualche istante, nell’uomo o nella donna accanto a noi non uno sconosciuto, non un profilo, non un avversario, ma un fratello o una sorella. Ed è allora che una storia, apparentemente conclusa, ricomincia. Non per essere celebrata. Per essere vissuta. Come ieri sera, a Egnazia.
E, ovviamente, non è stato casuale che tutto sia cominciato con “In viaggio”, il primo brano suonato dal vivo, e che sia terminato, venti canzoni più tardi, con “Buon anno ragazzi”. All’inizio c’è stato, soprattutto, il movimento: i sufi, i monaci, i tarantolati, i viandanti, i perdenti. Corpi, anime e coscienze in cammino, ciascuno a modo proprio, dentro lo spazio e dentro il tempo.
Alla fine, invece, è arrivata la neve. La neve sotto le scarpe, il respiro che si condensa, le nuove parole, secche e taglienti. E, soprattutto, una certezza, che certezza non è: “nessuna garanzia per nessuno”.
Il viaggio dei C.S.I. sta tutto nello spazio che separa queste due immagini. Si parte, perché restare immobili non è possibile e si arriva senza che nessuno possa prometterci che ne sarà valsa la pena. In mezzo ci sono le cadute, i mutamenti, le sconfitte, le città incendiate, gli amori perduti, le speranze tradite, le persone incontrate lungo la strada.
In mezzo c’è la vita. E ci siamo noi: viandanti e, qualche volta, perdenti, ma abbastanza ostinati da attraversare ogni tempo, pur sapendo che, alla fine, nessuno ci consegnerà alcuna garanzia. Ma, forse, è proprio nell’assenza di garanzie che ritrovarsi acquista più senso. Perché se nessuno può prometterci il domani, possiamo almeno scegliere con chi attraversare il presente. Possiamo riconoscerci mentre siamo ancora in viaggio, prima che il vento disperda, per sempre, il nostro respiro. E, allora, queste ventidue canzoni diventano qualcosa di più della semplice scaletta di un concerto: sono una traiettoria esistenziale. Dal viaggio all’incertezza, dal movimento al candore della neve, dall’io al noi.
E se nessuna garanzia è concessa a nessuno, resta almeno questo: esserci stati. Esserci ancora. Assieme.






















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