Il blu non basta. E la speranza, da sola, non paga l’affitto. Ma c’è un vento blu che attraversa l’America. Non sappiamo ancora se porterà primavera o soltanto un altro temporale, ma intanto qualcuno ha riaperto le finestre. Da qualche parte, tra le strade di Detroit e i grattacieli di New York, e persino laggiù in Texas, c’è chi accorda la chitarra e chi, con l’aria di colui che conosce già il finale, ma non ha nessuna intenzione di raccontarcelo, continua a chiedere da che parte soffi il vento.
Forse Nina Simone si concederebbe un sorriso. Forse Sam Cooke tornerebbe a sussurrare che il cambiamento sta per arrivare. E magari, per una notte almeno, perfino il vecchio blues potrebbe permettersi un ballo. Ma attenzione: il blu è un bel colore, non un programma politico. E neppure una medicina miracolosa. Perché sotto le stelle e le strisce continuano a vivere milioni di storie che nessuna mappa elettorale riuscirà mai a raccontare. Ci sono salari che finiscono prima del mese, case che diventano un lusso, ospedali che presentano il conto del dolore. Ci sono madri che aspettano figli che non torneranno più, uomini e donne che lavorano senza riuscire a vivere, persone che attraversano frontiere inseguendo una possibilità e trovano, invece, muri, rabbia, diffidenza, fili spinati e porte chiuse.
E ci sono ancora le morti ingiuste, le guerre lontane che lontane non sono mai state, i bambini senza alcun futuro, le discriminazioni che cambiano sistematicamente abito, ma non intenzioni. Ci sono i vecchi fantasmi dell’odio, sempre pronti ad uscire dall’armadio della Storia, spesso con una bandiera nuova e con lo stesso identico rancore. Woody Guthrie lo aveva scritto sulla sua chitarra tanto tempo fa: “this machine kills fascists“. Oggi, forse, servirebbe anche una chitarra capace di sconfiggere l’indifferenza. O almeno di svegliare chi si è addormentato sul divano della democrazia. Perché il voto non è un assegno in bianco. È una domanda. Anzi, sono milioni di domande diverse, talvolta contraddittorie, qualche volta impossibili. Ma dietro molte di esse si nasconde una richiesta elementare: poter vivere con dignità, senza paura del domani, senza dover scegliere, ogni giorno, a quale necessità e a quale diritto rinunciare.
Chi governerà saprà ascoltarla? Saprà capire che la sicurezza non è soltanto una frontiera sorvegliata, ma anche un corpo sano, un lavoro dignitoso, una casa che non si rischia di perdere per sempre? Che la pace non è semplicemente il silenzio delle armi, ma la possibilità di costruire un futuro senza vivere sotto l’ombra feroce dei droni? Che la libertà vale poco se rimane un privilegio solo per chi può permettersela? E, soprattutto, chi governerà saprà difendere chi non ha niente da offrire in cambio? Chi non possiede denaro, documenti, conoscenze influenti, una voce abbastanza forte da arrivare fino ai palazzi del potere?
Sarà lì che la speranza dovrà sostenere il suo esame più difficile. Quando proteggere qualcuno costerà voti. Tanti voti. Quando la giustizia disturberà gli affari e le speculazioni. Quando scegliere la parte dei più fragili significherà scontentare i più potenti, i più forti, i più ricchi. Intanto, lasciamo pure che suonino le chitarre. Che Aretha Franklin torni a pretendere rispetto, che Marvin Gaye continui a domandare cosa sta succedendo a questo mondo, che Tracy Chapman ci ricordi quanto possa essere difficile trovare una strada per fuggire dalla povertà.
E se qualcuno vorrà mettere la sua canzone preferita a tutto volume, faccia pure. Purché, questa volta, ascolti anche le parole. Perché l’America ha sempre saputo scrivere canzoni meravigliose sulle proprie ferite. Il problema è imparare a curarle. Il blu può essere il colore di una speranza. Può essere il cielo che torna visibile dopo una lunga notte, il fiume che riprende a scorrere, una nota di blues che, contro ogni ragionevole previsione, decide di diventare davvero il canto dell’anima. Ma non sarà il colore delle urne a cambiare la vita delle persone. Saranno le scelte, il coraggio, le rinunce al privilegio, la capacità di guardare oltre i confini e oltre il prossimo appuntamento elettorale.
Per adesso, dunque, alziamo il volume. Ma teniamo gli occhi aperti. Perché la speranza può anche essere blu. La giustizia, invece, non dovrebbe avere nessun colore.






















Comments are closed.