venerdì, Agosto 14, 2026
Il Parco Paranoico

Il Mondiale della pace armata

Mik Brigante Sanseverino Luglio 15, 2026 Parole Nessun commento su Il Mondiale della pace armata

Il Mondiale del 2026 è un evento grandioso. Grandioso nelle dimensioni, nel numero delle squadre, negli stadi, negli incassi, nella quantità di immagini prodotte e consumate. Grandioso persino nelle polemiche, nei sospetti e nelle contraddizioni che lo hanno accompagnato ben prima del calcio d’inizio. Forse più di qualsiasi edizione precedente, questa Coppa del Mondo sembra mostrare apertamente ciò che per anni era rimasto nascosto dietro gli slogan, le mascotte e le cerimonie: il calcio internazionale non è soltanto un gioco, ma una gigantesca macchina politica ed economica, un territorio nel quale governi, multinazionali, televisioni e organismi sportivi si incontrano, si corteggiano e si scambiano favori. La FIFA continua a ripetere che il football unisce il mondo. Ma quale mondo?

Quello dei tifosi che attraversano continenti, risparmiano per anni e colorano gli stadi con bandiere, cori e speranze? Oppure quello dei capi di Stato, degli sponsor, delle piattaforme televisive, dei pacchetti hospitality e dei biglietti rivenduti a cifre inaccessibili? La sensazione è che il Mondiale abbia ormai smesso di chiedersi come avvicinare le persone e abbia cominciato a domandarsi soltanto quanto denaro sia ancora possibile estrarre dalla loro passione.

La scena che meglio sintetizza questa deriva è, probabilmente, quella avvenuta durante il sorteggio finale del torneo, il 5 dicembre 2025, al Kennedy Center di Washington. Gianni Infantino consegna a Donald Trump il primo “FIFA Peace Prize – Football Unites the World”. Il presidente degli Stati Uniti riceve il premio davanti alle telecamere, avvolto nella retorica della concordia, della fratellanza e del futuro delle nuove generazioni. La cerimonia si conclude sulle note di “Y.M.C.A.”, brano divenuto uno dei simboli musicali dei comizi trumpiani. Sembra una scena scritta da un autore satirico. E, invece, è tutto vero.

Un premio per la pace consegnato a un presidente che ha trasformato la prepotenza in linguaggio politico, la minaccia in metodo negoziale, l’umiliazione dell’avversario in spettacolo permanente. Un uomo che interpreta i rapporti internazionali come una contrattazione immobiliare, dividendo il mondo tra vincitori e sconfitti, alleati obbedienti e nemici da punire. Non è necessario stabilire se Trump sia davvero, come molti ritengono, uno dei peggiori presidenti della storia americana. È sufficiente osservare la sproporzione tra la retorica del riconoscimento e la sua azione politica. Presentarlo come un simbolo universale di dialogo e pacificazione significa svuotare la parola “pace” del suo significato, riducendola a un oggetto cerimoniale, una medaglia da appuntare sul petto dell’uomo più potente presente nella stanza. Il problema, dunque, non è soltanto Trump. È Infantino.

Come può il presidente della più importante organizzazione calcistica mondiale mostrare una simile subordinazione al potere politico? Come può l’istituzione che sostiene di rappresentare tutte le nazioni, tutti i continenti e tutte le culture trasformarsi nella corte personale del padrone di casa? Quello di Infantino non appare più come semplice opportunismo diplomatico. Assomiglia a una forma di vassallaggio: una vicinanza ostentata, ripetuta, quasi compiaciuta. La neutralità dello sport viene celebrata nei discorsi ufficiali e contemporaneamente sacrificata sull’altare delle relazioni personali, degli interessi economici e delle convenienze geopolitiche. Il messaggio è devastante: il potere non deve rispettare il calcio; è il calcio che deve inchinarsi al potere.

La contraddizione è diventata ancora più evidente durante il torneo, con il caso di Folarin Balogun. L’attaccante degli Stati Uniti era stato espulso contro la Bosnia-Erzegovina e avrebbe dovuto scontare una giornata di squalifica. Trump ha ammesso pubblicamente di avere contattato Infantino chiedendo una revisione del provvedimento. La sospensione è stata poi congelata, consentendo al giocatore di affrontare il Belgio. La FIFA ha sostenuto che il procedimento fosse indipendente, ma la successione degli eventi ha, inevitabilmente, alimentato accuse di interferenza politica. Non importa neppure, a questo punto, se Balogun meritasse o meno la squalifica. Il problema riguarda il principio. Un capo di Stato telefona al presidente della FIFA per discutere la presenza in campo di un calciatore della propria nazionale. Poco dopo, la decisione disciplinare viene modificata. Non serve elaborare teorie del complotto: è l’apparenza stessa del conflitto d’interessi a danneggiare la credibilità dell’istituzione. In un torneo realmente indipendente, la telefonata del presidente degli Stati Uniti non dovrebbe avere più valore della protesta di un qualsiasi tifoso. In questo Mondiale, invece, la sensazione è che alcune voci possano attraversare immediatamente porte, uffici e regolamenti, mentre altre rimangano fuori dagli stadi, ferme ai consolati o respinte alla frontiera. È il calcio di chi può telefonare direttamente al potere. Tutti gli altri possono attendere in linea.

Anche le pause obbligatorie introdotte durante le partite sono diventate uno dei simboli dell’ambiguità del torneo. La motivazione ufficiale riguarda la salute degli atleti, costretti a giocare in condizioni climatiche spesso estreme. Nessuno può contestare la necessità di tutelare i calciatori dal caldo e dalla disidratazione. Eppure, le interruzioni programmate hanno offerto alle emittenti televisive nuovi spazi pubblicitari nel cuore delle partite, generando un potenziale introito di centinaia di milioni di dollari. Così anche l’acqua diventa una sponsorizzazione. Il corpo del calciatore deve riposare, ma lo spettacolo economico non può fermarsi. La fatica, il caldo, il respiro e il sudore vengono organizzati secondo le esigenze del palinsesto. Il gioco si interrompe e la pubblicità entra in campo, puntuale come un centrocampista che conosce perfettamente il momento dell’inserimento. Naturalmente, sicurezza e profitto possono convivere. Ma quando ogni scelta viene trasformata in opportunità commerciale, il sospetto diventa inevitabile. La protezione degli atleti rischia di essere utilizzata come giustificazione morale per introdurre nel calcio una struttura sempre più simile a quella degli sport televisivi americani: segmenti programmati, interruzioni vendibili, attenzione misurata in secondi e spettatori convertiti in consumatori. Il calcio, un tempo, possedeva una caratteristica quasi sovversiva: quarantacinque minuti senza pubblicità, senza interruzioni decise dal mercato, senza la possibilità di sospendere il tempo per vendere qualcosa. Anche quella piccola forma di resistenza sembra ormai sul punto di scomparire.

Ancora più gravi sono state le controversie relative ai visti e alle politiche migratorie. Il Mondiale dovrebbe rappresentare la possibilità di incontrarsi, attraversare le frontiere, scoprire culture lontane e riconoscersi in un linguaggio comune. Eppure, l’edizione del 2026 ha mostrato un volto profondamente selettivo: alcune persone sono state accolte come ospiti, altre trattate come sospetti. La nazionale iraniana è stata costretta a stabilire la propria base a Tijuana, in Messico. I giocatori potevano entrare negli Stati Uniti soltanto poco prima delle partite ed erano obbligati a lasciare il Paese subito dopo. Diversi membri dello staff non hanno ricevuto il visto. La federazione iraniana ha protestato, sostenendo che tali limitazioni compromettessero la parità delle condizioni sportive. Si può criticare il governo iraniano, la sua repressione e il suo autoritarismo senza accettare che degli atleti vengano utilizzati come prolungamento simbolico di un conflitto politico. Una competizione internazionale dovrebbe garantire a tutte le squadre condizioni equivalenti, indipendentemente dai rapporti diplomatici tra gli Stati.

Anche il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan è diventato emblematico. Artan, scelto per diventare il primo ufficiale somalo in un Mondiale, è stato fermato all’arrivo all’aeroporto di Miami e non ha potuto partecipare al torneo. Mentre Infantino premiava Trump per la pace e celebrava un calcio privo di confini, un arbitro veniva respinto alla frontiera del Paese ospitante. La contraddizione non potrebbe essere più evidente.

Le restrizioni hanno riguardato anche i sostenitori. Per i tifosi provenienti da Iran e Haiti sono rimasti divieti particolarmente severi, mentre quelli di Senegal e Costa d’Avorio hanno affrontato limitazioni e procedure che hanno reso la partecipazione molto più difficile. Le deroghe previste per giocatori e delegazioni non sono state automaticamente estese a chi segue le nazionali dagli spalti. È un Mondiale nel quale la squadra può essere ammessa, ma il suo popolo può restare fuori. Eppure il calcio vive proprio dei suoi popoli. Vive di chi parte senza sapere dove dormirà, di chi porta un tamburo in aereo, di chi indossa la stessa maglia per settimane, di chi attraversa migliaia di chilometri per assistere a novanta minuti che, forse, finiranno con una sconfitta. Senza queste persone, uno stadio è soltanto un centro commerciale con un prato al centro.

Poi ci sono i prezzi. Il sistema adottato dalla FIFA ha permesso l’utilizzo di prezzi dinamici e, negli Stati Uniti e in Canada, la rivendita dei biglietti senza un limite legato al valore nominale. Sulla piattaforma ufficiale sono comparse cifre astronomiche, mentre la stessa FIFA ha riscosso commissioni sulle transazioni del mercato secondario. Durante le fasi decisive del torneo, alcuni posti per la finale sono stati rimessi in vendita a migliaia di dollari e le richieste sul mercato secondario hanno raggiunto cifre persino grottesche. Il tifoso viene celebrato nei video promozionali e respinto al momento dell’acquisto. Gli si chiede di cantare, comprare la maglia, seguire gli sponsor, scaricare le applicazioni ufficiali e trasformare la propria identità in una sequenza di dati commerciali. Ma quando arriva il momento di entrare nello stadio, scopre che il calcio appartiene soprattutto a chi può permetterselo. L’operaio, lo studente, il pensionato, la famiglia che vorrebbe portare due bambini a una partita diventano presenze economicamente scomode. Restano utili come pubblico televisivo, come folla nelle piazze, come sfondo emotivo degli spot. Non come esseri umani ai quali garantire l’accesso al gioco.

La FIFA parla di inclusione, ma pratica la selezione attraverso il reddito. Non esistono tornelli più efficaci del prezzo.

Il Mondiale del 2026 non è privo di bellezza. Sarebbe ingiusto negarlo. Anche se ci mancano quelle maglie azzurre. Sul campo continuano a esistere il gesto inatteso, il dribbling impossibile, il portiere sconosciuto che diventa eroe per una notte, la nazionale più debole che resiste contro ogni previsione. Esistono ancora le lacrime, gli abbracci, le sconfitte immeritate, le vittorie che, per qualche ora, cambiano il modo in cui un popolo guarda sé stesso. Il problema è tutto ciò che è stato costruito intorno. Più la FIFA parla di unità, più emergono divisioni. Più celebra la pace, più accetta l’ingerenza del potere. Più promette accessibilità, più aumenta i prezzi. Più esalta i tifosi, più li trasforma in clienti. Più proclama la propria neutralità, più il suo presidente appare vicino ai potenti.

Questo torneo non sembra voler cambiare il mondo attraverso il calcio. Sembra piuttosto voler rassicurare il mondo dei ricchi che nulla cambierà davvero. I governi potranno continuare a imporre le proprie gerarchie. Le televisioni potranno interrompere il gioco. Gli sponsor potranno occupare ogni spazio. I dirigenti potranno parlare di valori mentre proteggono i propri interessi. I milionari siederanno nelle tribune più vicine al campo e i tifosi comuni saranno invitati a contemplare lo spettacolo da lontano. Il football dovrebbe essere una lingua universale. Ma, sotto la gestione attuale, rischia di diventare soltanto il dialetto globale del profitto.

Ed è forse qui che il calcio ha bisogno del rock. Non il rock trasformato in sottofondo per le cerimonie ufficiali, addomesticato dagli sponsor e utilizzato per accompagnare l’ingresso dei potenti. Non “Y.M.C.A.” suonata mentre un presidente riceve un improbabile premio per la pace. Il rock che serve è un altro. È quello che distorce il suono quando il discorso pubblico diventa troppo pulito. Quello che inserisce rumore nella propaganda, feedback nella retorica, dissonanza nell’inno ufficiale. È il punk che contesta l’autorità, lo shoegaze che costruisce paesaggi emotivi senza chiedere il permesso, il noise che rende impossibile ignorare ciò che il potere vorrebbe lasciare sullo sfondo.

Questo Mondiale avrebbe bisogno di una chitarra scordata che interrompa la cerimonia. Di un amplificatore acceso davanti alle tribune d’onore. Di una voce capace di ricordare che la pace non è una medaglia consegnata dal servo al sovrano, che l’inclusione non è uno slogan stampato su un cartellone pubblicitario e che il calcio non appartiene alla FIFA, ai presidenti, agli sponsor o alle televisioni. Appartiene a chi lo gioca nei cortili, nelle periferie e nelle strade. A chi lo segue da una radio. A chi non può permettersi un biglietto. A chi viene fermato da una frontiera. A chi non possiede nulla, se non una maglia, una bandiera e la speranza irrazionale che un pallone possa ancora attraversare il campo senza chiedere il passaporto.

Finché esisteranno queste persone, il calcio non sarà completamente sconfitto. Ma per sentirne ancora la voce sarà necessario spegnere per un momento la pubblicità, allontanarsi dai sorrisi di Infantino e alzare il volume delle chitarre. Perché, dietro il grande spettacolo del Mondiale, continua a suonare una nota stonata. Ed è probabilmente la più sincera di tutte.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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