Le nostre vite sono pulite e perfette, pacifiche ed equilibrate. Apparentemente. Perché basta guardare negli angoli, sollevare il tappeto dei nostri salotti pieni di comodità e compiacenza, per scoprire una voragine oscura: un buco nero che inghiotte sentimenti ed umanità e ci risputa addosso paura, rabbia, diffidenza e cattiveria, oltre che tutte le piccole e grandi ossessioni quotidiane che ci tormentano e instupidiscono. Un rovo malvagio da cui germogliano le molteplici forme di regressione sociale, culturale e civile che divampano nel mondo.
I Dirty Trainload prendono tutta questa frustrazione — la loro, la nostra — e la scaricano dentro sonorità che vengono dal passato: un miscuglio massiccio, robusto, corrosivo e veloce di blues, rock’n’roll, garage e punk. Ma “Rise Up And Stomp” non è un mero museo della nostalgia. Quel passato attraversa il presente, lo assaggia, lo sfilaccia, lo spezza, lo maciulla e, infine, lo calpesta. Quasi a voler recuperare, tra le macerie, quei pochi elementi essenziali dai quali ripartire per immaginare una società più umana e meno incline alla sopraffazione, alla prepotenza, all’odio e alla guerra.
È un disco intriso di blues graffiante, e dentro quel blues risuonano ancora le grida e il dolore di chi viene sfruttato, colpito, picchiato, ingannato, manipolato, ammazzato. Perché dietro la patina delle buone maniere e del conformismo virtuale, povertà, fragilità e marginalità continuano ad essere trattate come malattie da estirpare; e chi le porta sulla propria pelle — rifugiati, solitari, deboli, emarginati — finisce per diventare il nemico.
È una storia antica. Risuonava nelle piantagioni e nelle colonie secoli fa, ovunque uomini armati, ricchi e potenti sfruttassero altri esseri umani privandoli dei diritti e, soprattutto, della loro dignità. Oggi quella stessa storia ritorna, ma i Dirty Trainload la scuotono con una sana dose di distorsioni punk e vibrazioni garage.
Ed ecco che il blues torna a mordere. Antico e moderno, ruvido e melodico, sociale e politico, intimo e collettivo. Musica fatta per alzarsi e pestare i piedi, certo, ma soprattutto per non restare immobili, mentre il vuoto avanza inesorabile. Per provare a coprire, almeno per un istante, l’unica colonna sonora che questo mondo sembra, ormai, conoscere, temere e venerare: il ronzio dei droni che arrivano, silenziosi, dall’alto a fare il loro sporco lavoro, abbattendo case e scuole, ospedali e fabbriche, indifferenti di chi le abita, di chi ci vive, di chi verrà sacrificato ingiustamente, ancora una volta, alla brama di potere e alla cieca e folle arroganza di qualcun altro. Qualcuno che, magari, dall’altra parte dell’oceano, sta dormendo sonni tranquilli.






















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