C’è stato un tempo in cui le storie più significative si consumavano nei negozi di dischi, nelle cucine sporche di sigarette spente a metà, nei vicoli dietro i locali di Camden o tra le strade umide di una Londra che aveva il sapore della pioggia e della birra gelata. È lì che incontriamo William, tastierista degli “Alaska Factory”, commesso in un negozio di vinili, ragazzo di Madeline e, soprattutto, anima in perenne bilico tra la realtà e le proprie malinconie. Siamo nei primi anni Ottanta. La città è un fermento di suoni, di nuovi movimenti, di band che, da lì a poco, diventeranno leggenda o si spegneranno in un atroce silenzio. William vive sospeso in questa Londra crepuscolare, tra le chiacchiere spicciole di musicisti falliti, gli amori incerti e la costante compagnia degli Smiths, che, in quella stagione, iniziano a suonare come una colonna sonora privata ed universale per ogni essere malinconico, confuso ed inadeguato.
Un giorno qualunque — perché è sempre un giorno qualunque a cambiare la traiettoria di un’esistenza — William assiste ad un omicidio. Un evento brutale, definitivo, qualcosa che non avrebbe mai immaginato di trovare nel suo mondo fatto di nostalgie estetizzate, di sogni inconcludenti e di amori trattenuti. La morte, fino a quel momento, era solo un espediente narrativo, un tema da canzone triste, una suggestione da sbornia notturna. Nient’altro.
“To die by your side is such a heavenly way to die.”
Ma la vera fine non è mai poetica. È modesta, disordinata, sporca. Ed è lì che William scopre quanto sia fragile la linea tra ciò che immaginiamo e ciò che siamo davvero. La sua relazione con Madeline si rivela per quello che è: un abbraccio gelido, un rituale svuotato. Il suo posto nella band si fa incerto. Londra gli appare, per la prima volta o forse è sempre stato così, non come la città promessa, ma come un labirinto di solitudini in lotta tra loro. È allora che entra in scena un’altra possibilità: gli Unfortunates. Un’altra band, un’altra vita possibile, ma scegliere significa rischiare, e rischiare è sempre stato il vero terrore di William. Proprio, come canta Morrissey in “Still Ill”:
“Does the body rule the mind, or does the mind rule the body? I don’t know.”
La musica degli Smiths scorre lungo ogni pagina di questa storia. Non è solo colonna sonora, è linfa vitale. È l’eco di un tempo in cui la malinconia era una forma di resistenza e l’ironia era una via per sopravvivere. Le canzoni diventano riflessi dei pensieri di William: “This Charming Man” risuona nelle sue timidezze sociali; “Please, Please, Please Let Me Get What I Want” è il suo disperato desiderio di riscatto; “I Know It’s Over” accompagna il lento naufragare di tutto ciò in cui aveva creduto.
Il romanzo diventa così una riflessione su ciò che siamo stati e su ciò che ci resta. Su come si sopravvive alla perdita di ogni certezza e si trova una forza nascosta proprio nel punto più buio della propria storia. La Londra di William è anche quella di ognuno di noi: una città mentale, un luogo che oscilla tra dramma e commedia, dove ogni caduta è un piccolo funerale privato e ogni risveglio una rivincita sussurrata. E mentre il romanzo sfuma nel thriller e nell’introspezione, la voce di Morrissey continua a vibrare tra le righe, ricordandoci che — oggi come allora — ci si può sentire irrimediabilmente fuori posto, ma che la nostra disillusione può essere splendidamente cantata. Chiudiamo, allora, con questi versi, i più adatti a custodire l’essenza di William, della Londra degli anni Ottanta e di noi tutti:
“In my life / Why do I give valuable time / To people who don’t care if I live or die?”
Perché alla fine, anche nel disincanto più cupo, resta la musica. Resta una canzone degli Smiths che, come una carezza sgraziata, ci dice che siamo ancora vivi. E che forse, in fondo, è proprio questo che conta.
[Questa Notte Mi Ha Aperto Gli Occhi, 1990 – Jonathan Coe]






![La Canzone Maledetta di Dino Campana [playlist]](https://www.paranoidpark.it/wp-content/uploads/2025/11/arton169343-140x90.png)




















Comments are closed.