Il carcere, luogo di espiazione, luogo di condanna. Sovraffollato e crudele, sussurra parole di falsa speranza, promette impossibili redenzioni, mentre, in realtà, non fa altro che allargare il baratro tra noi e loro, tra chi è dentro e chi è fuori, tra pietà e disumanità. Costruisce così un inferno terreno, talmente perfetto, nella sua caotica sovrabbondanza di male, da far impallidire qualsiasi altro inferno: pagano o cristiano, laico o confessionale, letterario o pittorico.
Nessuna reale possibilità di fuga. Nessuna pace, nessuna pacificazione. Soltanto un cammino, estenuante e sofferto, tra dolori provocati e patiti, crudeltà compiute e subite. Un marasma di buio nel quale, tuttavia, una donna, una detenuta, riesce a scorgere un sottile e lucente filo di oscura speranza. Si tratta della creazione di elementi visivi che ritraggono l’abisso e, nello stesso tempo, le offrono una fuga impossibile dalla sua condizione opprimente. Una fuga attraverso la mente. Una fuga che si fa visione surreale e irrompe, con prepotenza, nell’immaginario di Roger Ballen, ne scuote la sensibilità, ne urta le emozioni, fino a trasformarsi, a sua volta, in un’idea, in un esperimento artistico, in un’opera. Un’opera capace di offrire a chiunque sia imprigionato nel proprio angusto carcere emotivo ciò che sembrava ormai irraggiungibile: la catarsi insperata, la pace, forse, persino, la pacificazione.
È questo il percorso che ciascuno di noi compie visitando “Inferno” di Roger Ballen, tra le pareti
silenziose del Castello Carlo V di Monopoli. Fuori dalle sue mura dominano le voci spensierate dei turisti, il limpido mare Adriatico, la luce accecante delle Puglie, la vivacità di una cittadina vestita di candida pietra. Dentro, tutto cambia. Gli antri del castello, oscuri e severi, sembrano, invece, perfettamente a proprio agio in un eterno gioco di ombre, di pareti e di angoli che tentano di sottrarsi al nostro sguardo. E accolgono, con feroce naturalezza, le opere di Ballen.
I suoi diavoli. I suoi dannati. I carnefici. I peccatori. Le vittime. I sacrifici. La disperazione. Le creature estranee, deformi, morbose. Creature che, forse, un tempo, erano proprio come noi. Avevano le nostre stesse emozioni, gli stessi desideri, le stesse necessità. Poi qualcosa si è rotto. Qualcosa si è infranto dentro una spirale di violenza, di follia, di rabbia o di necessità senza più freni.
E allora la realtà è mutata. E con la realtà sono mutate le percezioni, i sentimenti, i ragionamenti. Infine, persino il corpo.
È, forse, qui che l’Inferno di Ballen diventa davvero inquietante: non quando ci mostra qualcosa di mostruoso e distante da noi, ma quando insinua il dubbio che quella distanza sia molto più sottile di quanto vorremmo credere. Che tra chi osserva e chi è osservato, tra il normale e il deforme, tra la ragione e l’abisso, non esista un muro invalicabile, ma soltanto una crepa minuscola. E che, a volte, essa è sufficiente perché entri il buio.
“The Mercy Seat”, di Nick Cave & The Bad Seeds, è il brano che abbiamo scelto per accompagnare l’articolo: non solo per la sua atmosfera, ma perché il protagonista della canzone è un condannato nel braccio della morte, un uomo sospeso in una cella, in attesa di quella “sedia” che ha in sé il seme della misericordia finale e della feroce esecuzione, ovvero di una perenne contraddizione tra quella promessa di salvezza mai davvero concessa e la reale condanna che chiude, per sempre, ogni discorso. Un brano ossessivo e claustrofobico che si stringe, sempre più, attorno agli ascoltatori, stritolandoli in quello che è un rito estremo e disperato.





















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