A ognuno il suo tempo e a ogni tempo la sua voce. Quella dei Russian Circles è fatta di trame strumentali dense, ma mai ingombranti o ridondanti, con un occhio rivolto al passato, alla strada già tracciata, e l’altro perennemente puntato verso le nebbie che nascondono il nostro futuro. Nel mezzo si intrecciano passaggi ipnotici, lente progressioni metalliche, improvvise e fluide dilatazioni post-rock, trepidazioni distorte e le vibrazioni delle nostre coscienze, strette tra il rimbombare massiccio dei bassi e un’architettura ritmica che sembra cercare, continuamente, una via verso l’alto. Come se volesse dipingere, su un cielo finalmente sgombro dalle oscure nubi della tempesta, tutto ciò che abbiamo sempre taciuto, sepolto e nascosto dentro di noi.
Perché uno dei ruoli fondamentali della musica rock resta quello della catarsi. E “Nine”, il nono album della band americana, da questo punto di vista sembra voler suonare come una svolta intima e personale, tanto per i Russian Circles, quanto per chi li ascolta. Sette canzoni che ci trascinano dapprima negli Electrical Audio Studios del compianto Steve Albini, poi attraverso la periferia di
Chicago e, infine, attraverso quel Midwest spesso abbandonato a sé stesso, alle proprie ossessioni, alle proprie paure, al proprio coraggio e alla propria testardaggine. Un viaggio verso qualcosa che assomiglia all’oceano: uno spazio aperto, senza confini, dove la libertà assoluta coincide, inevitabilmente, con la perdita delle certezze.
Ed è forse proprio lì che “Nine” sembra volerci condurre: a toccare l’oceano, oltre ciò che conosciamo, oltre le nostre rassicuranti e dispotiche geometrie mentali, verso una possibile riconciliazione con le persone che non abbiamo compreso, che non abbiamo amato abbastanza, che abbiamo tradito, trascurato, emarginato o giudicato male. Troppo impegnati, forse, ad allargare quelle distanze artificiali, che, in realtà, non sono mai davvero esistite, se non dentro di noi: nelle nostre vite, nei nostri impegni, nelle nostre passioni.
Quando il rumore, infine, si dirada, resta soltanto quello spazio, quella libertà, quell’oceano. Immenso, incerto, enorme. E la sensazione che alcune distanze possano essere attraversate soltanto quando smettiamo, necessariamente, di volerle misurare, definire, limitare.






















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