Rock and roll spavaldo e veloce, attitudine punk-rock e sonorità garage australiane, abrasive e incalzanti, con un unico obiettivo: liberare le energie represse, restituirci alla naturalezza delle nostre giornate e permetterci di divincolarci da tutti quegli obblighi e quegli impegni che, in cambio di un finto senso di appagamento e di considerazione, in realtà, intendono solamente fotterci.
Questo è il senso di Alien Nosejob, ovvero di Jake Robertson, che, senza girarci troppo intorno, ci ricorda che i nostri governi sono una merda, che siamo intrappolati nei loro tristi raggiri e che, se non diamo una svolta alle nostre vite — puntando anche sul casino, sul divertimento e sulla sfrontatezza
— non usciremo mai da queste piccole prigioni conformiste ed alienanti. Resteremo, infatti, sciocchi creduloni impauriti, disposti a fidarci di coloro che seminano guerre per il globo e coltivano ogni forma di discordia, di odio e di razzismo, purché serva a consolidare il loro potere su masse sempre più avvilite, sempre più paranoiche, sempre più sterili, sempre più divise.
Ecco, allora, che la risposta non può che essere il punk. Un punk primordiale e selvaggio, ma anche contemporaneo e incazzato, che non conosce altra direzione se non quella di divincolarsi da qualsiasi direzione ci venga suggerita o imposta. Lo fa in modo deciso, crudo, corrosivo, in perfetta sintonia con una produzione DIY che riconosce, come unico obiettivo valido, la rapida esplosione: ritmiche implacabili, invettive furiose, chitarre che graffiano e una verità finalmente libera di vibrare con tutta la propria forza. Una verità che non chiede permesso, non cerca approvazione e, soprattutto, non accetta di finire addomesticata e messa in bella mostra nelle loro luccicanti vetrine.
Perché, alla fine, “How A Mosquito Operates” ci ricorda proprio questo: se il mondo pretende di insegnarci continuamente come vivere, forse il gesto più sano che ci resta è mandarlo a fanculo.






















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