La fretta. L’urgenza. Il rumore. E quella domanda che, prima o poi, echeggia nelle nostre teste: devo davvero provarci?
Impegnarmi. Espormi. Prendere posizione. Uscire dalla modalità di guida automatica, quella che non richiede alcuno sforzo e, soprattutto, nessuna scelta, nessuna decisione, nessuna deviazione rispetto a quel surrogato di impegni superficiali, di ripetizioni calcolate, di parole compiacenti, di partite truccate, di false congratulazioni che abbiamo deciso di chiamare vita. Vita disumana. Vita arresa. Vita arida. Vita di carta. Vita strisciante. Nel senso letterale dello strisciare: adattarsi, abbassarsi, aderire alla superficie delle cose senza lasciare tracce o impronte.
E allora servirebbe una chitarra. Non pulita. Non educata. Non rassicurante. Una chitarra distorta, sporca, riverberata. Il rumore abrasivo dei Marlene Kuntz de “Il vile“, quando la bellezza non aveva ancora imparato ad essere accomodante e la distorsione non serviva solo a decorare una canzone, ma a ferirla. Un suono capace di ricordarci che, sotto la pelle levigata delle nostre giornate, esistono ancora i nervi, il desiderio, la passione, il dolore. Ma potrebbe essere anche il basso febbrile dei Verdena, la voce che si perde dentro il suono fino a diventare materia incandescente; oppure gli Afterhours di “Hai paura del buio?“, quando già il titolo sembrava porre una domanda molto più grande della musica che quel disco conteneva.
Hai paura del buio? Forse sì. Forse abbiamo, soprattutto, paura di guardarci dentro. E allora il rumore cambia forma. Diventa la parola struggente dei Massimo Volume, una voce che non canta quasi più, ma racconta. Frammenti di esistenze, camere solitarie, strade consumate, periferie abbandonate, corpi stanchi e malati. “Fuoco fatuo“: qualcosa appare improvvisamente, brucia per un istante e scompare subito dopo. Ma rimangono le storie minime, gli sconfitti, le vite laterali. Quella parte di umanità che la grande narrazione contemporanea non sa più o vuole più raccontare, forse perché non produce abbastanza potere, abbastanza consenso, abbastanza denaro.
E, allora, intorno cresce una sequenza di vuoti pneumatici. Non hanno bisogno di lacrime o di sorrisi, di urla o di sussurri, di cieli o di mari, di domande o di risposte. Basta una scatola di vetro e di cemento, le sue pareti lisce e candide, uno schermo acceso. Poi un altro. E un altro ancora. Immagini proiettate in continuazione. Immagini nude, vestite, secche, fradicie, frementi, immobili, leggere, pesanti. Immagini di guerre e di aperitivi, di cadaveri e di tramonti, di dittatori e di influencer, di città bombardate e di corpi perfetti. Tutto alla stessa distanza dal nostro pollice.
Scorri. Scorri. Scorri.
E, intanto, il mondo torna a parlare il linguaggio brutale della forza, della violenza, del confine, dell’uomo forte, dell’obbedienza, della guerra. L’Europa cerca, faticosamente, una voce comune, mentre le democrazie si scoprono sempre più fragili e nuovi e vecchi autoritarismi occupano lo spazio lasciato libero dalla politica. Le vecchie parole cambiano uniforme: imparano la comunicazione digitale, diventano algoritmo, propaganda, slogan, appartenenza.
Ma qualcosa nel loro rumore lo conosciamo già. Ed è qui che ritornano i C.S.I.: “Linea gotica“. Non come reliquia degli anni Novanta, ma come interferenza nella frequenza assassina del presente. La memoria della guerra che entra nella musica e impedisce alla storia passata di trasformarsi in banale arredamento. Il passato che non passa, perché cambia soltanto geografia, divisa, lingua, armi, tecnologia. E, prima ancora, c’erano stati i CCCP – Fedeli alla linea. Punk, disciplina, provocazione, ideologia trasformata in teatro. “Emilia paranoica“, ossia una provincia che diventa condizione mentale perversa, un Occidente periferico, crudele, industriale, nervoso, morboso ed incapace di capire se sta andando da qualche parte o se sta, soltanto, girando in tondo.
Fedeli alla linea. Ma quale linea? È forse questa la domanda che resta, oltre, ovviamente, alla necessità di incrinare la superficie. Di sporcare il vetro. Di lasciare almeno un graffio su quella parete perfettamente liscia ed inquietante. Anarchia che non sia la bandiera nera da esibire per sentirsi diversi. Una volta si trattava di qualcosa di più profondo e pericoloso: il sospetto verso il potere. Il potere politico, il potere economico, quello religioso, quello morale. Il potere della maggioranza di stabilire chi debba stare dentro e chi fuori.
Fabrizio De André cercava l’uomo proprio dove la società smetteva di cercarlo: tra le prostitute, i carcerati, i disertori, i poveri, i ribelli, gli esclusi o gli sconfitti. Non idealizzava necessariamente gli ultimi, ma concedeva loro qualcosa di molto più sovversivo: la dignità di essere raccontati. L’anarchia diventava così un metodo dello sguardo narrativo, umano e musicale. Guardare dal basso. Diffidare della versione ufficiale. Rifiutare l’idea che l’ordine sia necessariamente giustizia o pace o libertà o bene. In “Storia di un impiegato” la rivolta del Sessantotto attraversa un uomo apparentemente normale e lo costringe a misurarsi con il potere, con la violenza e, infine, con sé stesso.
Ma l’anarchia di De André va oltre la rivolta politica. È una libertà individuale continuamente minacciata dalla necessità di appartenere, di obbedire, di giudicare. Forse essere anarchici, oggi, significa proprio questo: conservare il diritto al dubbio quando tutti pretendono una certezza immediata. E poi Franco Battiato. Dalla rivolta alla trascendenza. Mentre De André cercava la libertà dell’uomo davanti al potere, Battiato cercava qualcosa che fosse, persino, oltre l’essere umano.
Una via di fuga dall’ego, dal consumo, dalla materia, dalla ripetizione. Non semplicemente un centro di gravità. Qualcosa di più remoto. La ricerca di un ordine invisibile dentro il caos, la reincarnazione, il sufismo, l’Oriente e l’Occidente, il desiderio di liberarsi dalle passioni inutili, la sensazione che questa realtà sia soltanto uno dei possibili livelli dell’esistenza.
Una ricerca quasi escatologica: che cosa resta di noi quando tutto ciò che crediamo di essere viene eliminato? Forse nulla. Forse tutto. Non è casuale che i C.S.I. abbiano poi attraversato “E ti vengo a cercare“. Una canzone, nata come tensione spirituale, diventa, dentro un altro tempo e un altro suono, ancora più inquieta. Come se la ricerca di Battiato fosse passata attraverso le macerie della storia umana.
Ed eccoci di nuovo qui. Alle nostre macerie. Alle guerre che entrano nei nostri telefoni tra una pubblicità e un reel. Agli autoritarismi che non hanno più necessariamente bisogno degli stivali: possono indossare una giacca, possedere televisioni, piattaforme virtuali, algoritmi, eserciti, capitali. E, soprattutto, eccoci, di nuovo, alla nostra domanda iniziale. Devo davvero espormi?
Perché esporsi costa. Costa alla persona comune. Costa all’intellettuale. Costa al giornalista. Costa all’artista, proprio a colui al quale, per decenni, abbiamo attribuito il privilegio — forse il dovere — di dire ciò che gli altri non riuscivano a dire.
E allora arriva Ed.
Ed chi?
“Ed who?“
Non è importante il nome. Un artista gigantesco dentro un’industria mediatica gigantesca che, improvvisamente, scopre quanto possa essere difficile pronunciare una frase quando quella frase può costare contratti, concerti, sponsor, potere, ricchezza. Il tentativo ipocrita di separare la musica dalla politica, ma poi gli eventi ti obbligano a tornare sui tuoi passi, ad ammettere le tue mancanze, a dire chiaramente di aver sbagliato.
E proprio questa esitazione è interessante. Non perché un cantante debba possedere la soluzione di un genocidio. Non perché una popstar debba diventare il nostro ministro degli Esteri. Ma perché rivela la temperatura del tempo in cui viviamo. Abbiamo paura di scegliere. Perché, spesso, scegliere significa perdere qualcosa. Un pubblico. Un contratto. Un rapporto. Un privilegio. Una certezza.
Quello che manca è l’inquietudine. L’inquietudine vera. Quella che rimane. Quella che disturba. Quella che non concede assoluzioni. Quella che ti costringe a scegliere. Perché le immagini che ci attraversano, ormai sembrano non significare assolutamente nulla. Non comunicano nulla, non offrono prospettive, non possiedono contesto, non appartengono ad alcuna memoria. Sono frammenti di uno spazio vuoto, fotografie di un’epoca inesistente abitata da creature nulle, alle quali non riusciamo più a concedere nemmeno un’emozione.
Nemmeno la rabbia. Nemmeno l’odio. Nemmeno la crudeltà. Nemmeno la follia. E, forse, il vero incubo dei tempi moderni è proprio questo: non il male, ma l’indifferenza al male. Non il silenzio, ma un rumore talmente continuo da essere diventato silenzio. E, allora, servirebbe di nuovo una chitarra. Distorta. Sporca. Riverberata. Non per salvarci. Almeno per disturbare i nostri complici silenzi.






















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