Undici canzoni che raccontano storie e persone, le mescolano, le confondono e costruiscono narrazioni fantasiose, eppure sorprendentemente reali. Forse perché tutti, ormai, ci sentiamo un po’ disorientati, sottoposti a una miriade di stimoli esterni che, il più delle volte, non sono altro che il surrogato di quel mondo autentico che ritorna a manifestarsi quando viaggiamo, quando incontriamo persone, quando attraversiamo città e paesi, quando scopriamo luoghi dei quali ignoravamo persino l’esistenza e, insieme ad essi, i fatti, gli eventi, le leggende e i miti che continuano a portarvisi dietro.
È un po’ questa, stando a quanto racconta Nate Amos, la genesi di “The Singer In My Band”: un viaggio in furgone attraverso l’America, città nelle quali portare la propria musica e, nello stesso tempo, fermarsi ad ascoltare le storie degli altri. Uno scambio osmotico di percezioni, di sentimenti, di emozioni e di drammi, un bagaglio sociale, intimo e collettivo che, chilometro dopo chilometro, finisce per riversarsi nelle trame alternative-pop, folk e cantautoriali dell’album.
La strada diventa così qualcosa di più di uno spazio da percorrere. È il luogo nel quale passato e presente continuano a incontrarsi, quasi fossimo dentro un’America letteraria popolata di sconosciuti, stazioni di servizio, motel, periferie, piccoli centri, distanze smisurate e destini individuali che, per qualche istante, entrano in contatto tra loro. Un’America reale e immaginata allo stesso tempo, nella quale sopravvive un’attitudine emotiva appartenente al passato, ma dalla quale emerge anche un modo nuovo di leggere la normalità dei tempi moderni: quella normalità che troppo spesso isola, incattivisce, svuota e, qualche volta, uccide.
“The Singer In My Band” assume, allora, la consistenza fluida e leggera di una ventata d’aria pulita, capace di spazzare via le nubi di superficialità che rendono minuscolo e oscuro il nostro cielo. E, mentre le canzoni scorrono, davanti agli occhi sembra aprirsi una strada: polverosa o asfaltata, caotica o solitaria, larga o stretta, da percorrere di paese in paese, attraversando confini immaginari e reali, alla ricerca di ciò che non abbiamo mai conosciuto, di ciò che abbiamo perduto o di quello che avevamo soltanto creduto sarebbe rimasto per sempre. C’è qualcosa della grande mitologia americana in questo movimento continuo: l’idea che, dietro la curva successiva, possa ancora esistere un luogo diverso, una persona sconosciuta, una storia capace di modificare la nostra. Ma Nate non sembra interessato a restaurare, nostalgicamente, quell’immaginario. Piuttosto, lo attraversa sapendo che molte delle sue promesse si sono consumate e che l’America degli spazi liberi, delle possibilità infinite e delle seconde occasioni appartiene, ormai, più alla letteratura, alle canzoni e alla memoria collettiva che alla realtà.
Eppure, è proprio per questo che vale ancora la pena mettersi in viaggio. Certo, il futuro ci interroga, può scoraggiare, incutere insicurezza, perfino spaventare, ma rimane l’unico tempo nel quale ci conviene vivere. I ricordi possono accompagnarci, purché continuiamo a lasciarli sbocciare lungo il cammino: come canzoni, sogni, idee, passioni, incontri. “The Singer In My Band” è, in fondo, proprio questo: un disco itinerante, folk, vissuto e idealista, che appartiene all’immaginario più luminoso e libero dell’America delle opportunità, dei sogni e degli spazi aperti. Un’America che forse non è mai esistita davvero nella forma in cui abbiamo imparato a immaginarla e che, oggi, appare ancora più lontana; un’America ormai più letteraria che reale, custodita nei romanzi, nelle canzoni, nelle strade e nelle storie di chi continua ad attraversarle.
Ma forse certe geografie non hanno bisogno di esistere davvero per indicarci una direzione. Bisogna soltanto rimettersi in viaggio e provare, in qualche modo, a riportarle in vita.






















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