Connettere, connettersi. Sono forse le parole che oggi sentiamo ripetere più spesso, mentre intorno a noi vediamo innalzarsi nuovi, massicci muri. Muri a difesa delle frontiere tra gli Stati, certo, ma anche muri interiori, cresciuti lentamente nelle nostre menti, dentro coscienze sopite, addomesticate, sempre meno disposte a riconoscersi nell’altro.
Le canzoni di “Negation Of Negation” sembrano, allora, provenire da un tempo remoto, quasi fossero testimonianze sopravvissute a un’epoca nella quale aveva ancora senso discutere di diritti civili, questioni sociali, giustizia, democrazia, libertà. Parole che oggi appaiono sbiadite, consumate dall’uso o svuotate del loro significato naturale, mentre ogni cosa diventa appannata, discutibile, precaria, sostituibile. Destinata a essere gettata via. Un oggetto, un’idea, un sentimento. Persino una persona.
“Negation Of Negation” prova a muoversi dentro queste rovine senza accettarle come paesaggio definitivo. Lo fa attraverso stratificazioni sonore sospese tra shoegaze e noise-rock, tra chitarre che graffiano e riverberi che dissolvono i contorni, tra trame spigolose e melodie, ostinatamente,
utopiche. Come se sotto il rumore, oltre la distorsione, fosse ancora possibile intravedere una traccia da seguire, una memoria da custodire, una speranza da invocare. E soprattutto una domanda. Una di quelle domande che non dovremmo mai smettere di rivolgere agli altri e a noi stessi: volevamo davvero questo?
Volevamo davvero diventare così soli, così tristi, così incapaci di sognare? Volevamo un mondo nel quale la connessione fosse ovunque e il contatto sempre più raro, nel quale milioni di voci potessero parlarsi senza riuscire, quasi mai, ad ascoltarsi e comprendersi?
Eppure, dentro “Negation Of Negation”, esistono ancora momenti in cui una luce pallida torna a brillare. Filtra attraverso il rumore, attraversa le crepe, illumina per qualche istante i volti. Sono i momenti in cui la musica riesce a raccogliere i dettagli solitari di esistenze sconnesse e superficiali, marginali e fragili, arrabbiate e dissolute, affaticate e nevrotiche, e prova a ricomporli. Non per cancellarne le ferite, ma per costruire, proprio attraverso quelle ferite, un corpo comune. È forse questa la piccola utopia custodita dai Funeral Plain: immaginare che dal rumore possa ancora nascere un’emozione trasversale, che dalla frammentazione possa emergere una forma di appartenenza, che sotto le macerie continui a esistere qualcosa capace di connetterci davvero. Una visione pacifica, finalmente libera dalle ombre fameliche che ci accompagnano. E sopra di noi, ancora possibile, un immenso cielo stellato.






















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