Un disco dalla consistenza meditativa ed onirica, sospeso in quelle terre del sogno che, a volte, diventano l’unico vero rifugio per gli spiriti inquieti. Una sorta di non-luogo nel quale lasciare affiorare visioni, atteggiamenti ed idee che il mondo fisico non soltanto considera sbagliati, ma arriva a discriminare, perseguitando ed emarginando chiunque provi a seguirne le tracce, ad abitarne i silenzi, a coltivarne i distinguo. Come se persino allargare le minuscole ferite attraverso cui filtrano prospettive non perfettamente omologate e allineate — sulla società, sulla politica, sulla verità dei fatti e delle persone — fosse, ormai, un gesto di grave insubordinazione.
È proprio dentro queste crepe che “Hollywood Stray” sembra trovare il proprio spazio.
Le sue trame, in bilico tra indie-rock, chiaroscuri alt-folk e vapori dream-pop, rendono le normali evidenze meno scontate, ne mostrano le contraddizioni e illuminano sentieri dimenticati che, in
realtà, sono sempre stati lì: scoperti e vulnerabili come le nostre nevrosi, i nostri ricordi, i sapori di un passato che continua, ostinatamente, ad accompagnare il presente. Un presente sempre più fasullo e illusorio. Una forma di esistenza progressivamente virtuale e artificiale che, dietro le luci e gli schermi hollywoodiani dei suoi tanti monitor, nasconde una solitudine sempre più morbosa e devastante. Non siamo più connessi alle persone, ma a schemi, algoritmi ed invisibili linee di controllo: nuovi vangeli nei quali continuiamo a cercare risposte inesistenti, mentre le stesse vecchie domande non trovano più nessuno disposto ad ascoltarle.
E allora restano le voci. Voci che, nel buio, sussurrano di amori finiti troppo presto, di delusioni capaci di inghiottire intere stagioni della vita, di un freddo che ha morso la carne e il sangue fino a trasformare ogni cosa in un ghiaccio disumano, insensibile e compiaciuto. Intorno, le chitarre sembrano aprire paesaggi e subito richiuderli, le atmosfere si fanno nebbia, il folk conserva qualcosa di terrestre, mentre le sonorità dream-pop trascinano tutto verso una dimensione più sfocata e irreale.
È lì che avanzano gli ultimi disperati randagi di un mondo sfiorito. Procedono lungo traiettorie oblique, tra nuvole di armonia e improvvisi temporali indie-rock, portandosi dietro cicatrici, memorie e desideri che nessun algoritmo di controllo saprebbe classificare. Cercano qualcuno che sappia ancora riconoscerli: un santo, un buffone, un bugiardo, un poeta. O forse soltanto un altro randagio. Qualcuno che, in mezzo al rumore artificiale e dispotico del mondo moderno, sia ancora capace di comprendere il linguaggio imperfetto e pacifico delle emozioni.






















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