“Lichtung” è, prima di ogni altra cosa, una fuga. Una fuga dal caos, dal rumore incessante del mondo contemporaneo, dalla sovrabbondanza di immagini, informazioni e parole che finiscono per svuotare di significato perfino il silenzio. Hackedepicciotto costruiscono un’opera intima, raccolta, interamente cantata in tedesco, nella quale ogni suono sembra sottrarsi all’urgenza della modernità per ritrovare un tempo più umano, più lento, più vicino al respiro della terra. È un disco sperimentale, certo, ma la sua ricerca non è mai esercizio di stile. Ogni deviazione sonora coincide con una deviazione dello spirito, ogni stratificazione musicale diventa un passaggio interiore. “Lichtung” è il tentativo di liberarsi da tutto ciò che è artificiale, superfluo, imposto, per riconquistare un’armonia autentica con la natura, con i propri sentimenti e con quella parte di sé che, troppo spesso, rimane soffocata sotto il peso delle convenzioni. Dentro questo percorso esiste anche una nuova idea dell’altro: non più avversario, antagonista o nemico, ma presenza indispensabile, frammento della stessa forza creatrice che attraversa ogni forma di vita e continuamente si rigenera.
È una forza che non conosce immobilità. Vive nella trasformazione, nella curiosità, nelle domande che non pretendono risposte definitive. Si alimenta della ricerca, rifiuta ogni dogma e sfugge alle gabbie costruite dal potere, qualunque volto esso assuma: sociale, mediatico, economico, militare, politico o religioso.
Hackedepicciotto sembrano ricordarci che la libertà nasce proprio nell’istante in cui smettiamo di credere che esista una sola strada possibile. Musicalmente il disco attraversa territori molteplici senza mai perdere coerenza. Sonorità elettroniche convivono con suggestioni di matrice classica; l’avanguardia dialoga con la musica da film, mentre archi, sintetizzatori e tessiture ambient costruiscono paesaggi che sembrano appartenere più alla memoria che alla realtà. Berlino diventa il punto di partenza ideale di questo viaggio: non tanto una città, quanto uno stato mentale, un luogo simbolico dal quale ogni divagazione sonora prende forma nell’incertezza, nella scoperta e nell’accettazione dell’ignoto.
Ascoltare “Lichtung” significa alzare lo sguardo verso un cielo filtrato dalle fronde degli alberi, osservare la luce insinuarsi tra le foglie e trasformarsi in geometrie imprevedibili. Quelle ombre diventano figure, i riflessi assumono contorni fantastici, la natura si trasforma in un linguaggio che parla direttamente all’inconscio. È in quei giochi di luce che comprendiamo come anche i mostri più spaventosi, quelli che ci accompagnano da sempre, non siano altro che proiezioni dei pensieri che abbiamo nascosto troppo a lungo, delle paure che non abbiamo mai avuto il coraggio di nominare, delle domande che abbiamo preferito ignorare invece di affrontare. Così, mentre una dopo l’altra le vecchie certezze si incrinano e infine si frantumano, i sintetizzatori emergono con una delicatezza quasi inevitabile, riempiendo gli spazi vuoti nei quali eravamo soliti rifugiarci in silenzio. Non colmano semplicemente un’assenza: la trasformano in possibilità, aprendo un varco attraverso cui immaginare un modo diverso di abitare il mondo. “Lichtung” non offre risposte sicure, ma insegna il valore dello smarrimento, ricordandoci che ogni radura, prima di essere raggiunta, richiede il coraggio di attraversare il bosco.



![Conversation 3, Alva Noto & Ryuichi Sakamoto [singolo]](https://www.paranoidpark.it/wp-content/uploads/2026/07/Ryuichi-Sakamoto-alva-noto-140x90.jpg)


















Comments are closed.