Sono i Sick Tamburo a dare fuoco alla prima serata del P.I.F. Il festival irpino apre col botto, affidandosi a una storia che affonda le proprie radici alla fine degli anni Novanta, quando tutto aveva il nome leggendario dei Prozac+, e che attraversa il dolore immenso di una perdita ancora impossibile da metabolizzare per arrivare fino a oggi, senza perdere un grammo della propria energia. Le loro canzoni continuano a far ballare e saltare, ma soprattutto continuano a scavare.
E quando le canti le parole escono dalla bocca con una naturalezza disarmante, come se fossero state scritte proprio te, per essere indossate come una seconda pelle, fino a liberarsi, finalmente, di quelli che erano soltanto costumi di scena. Basta con le maschere quotidiane, omologanti e opprimenti. Per una sera le uniche maschere che resistono sono i cappucci della band friulana: un nero intenso e profondo sul quale esplode il rosso vivo delle cravatte. Un’immagine semplice e potentissima che accompagna un impatto scenico impressionante. Basso, chitarre e batteria avanzano come un unico organismo, costruendo geometrie sonore elettrizzanti e melodie capaci di spiazzare e divertire senza mai perdere immediatezza. Il pubblico viene travolto. Generazioni diverse si ritrovano sotto lo stesso palco, unite da un’urgenza comune: quella di smettere di aspettare qualcosa che, forse, non arriverà mai. Perché l’Italia assomiglia sempre di più a una piccola provincia intorpidita, soffocata dalla cattiveria, dalla paura e dall’indifferenza. E, allora, l’unica via di fuga diventa quell’attitudine punk-rock che trasforma la diversità in una scelta, che rivendica il diritto a un’identità autentica, che rifiuta i filtri mentali imposti dall’alto e prova a recuperare ciò che rischiamo di perdere per sempre: la memoria, la storia, i ricordi che ci rendono ancora umani.
Dopo l’incendio emotivo dei Sick Tamburo, sul palco di Frigento arrivano gli Zu, autentica macchina da guerra sonora. Una massa compatta di distorsioni, tensione e potenza che fende l’aria e si propaga in ogni direzione, abbattendosi come un
martello sulle barriere che separano l’ascoltatore da qualcosa di più profondo. La loro musica non concede tregua: ritmiche serrate, improvvise accelerazioni, rallentamenti vertiginosi, un intreccio di noise-rock, psichedelia metallica e sperimentazione jazz che sembra non riconoscere alcun confine. Basso, sassofono e batteria costruiscono una narrazione che non ha bisogno di parole. È un racconto fisico, istintivo, che accelera e rallenta i battiti del cuore fino a trascinare il pubblico dentro un paesaggio sonoro primordiale. Dall’oscurità sembra emergere il dio degli inferi intento a riaccendere la propria fucina vulcanica, mentre sul palco prendono forma fusioni ammalianti tra epoche, linguaggi e generi. Nulla appartiene esclusivamente agli Zu, e proprio per questo tutto diventa patrimonio comune: una vibrazione collettiva che continua a riverberare addosso anche molto tempo dopo l’ultima nota.
La chiusura della serata è affidata ai Casino Royale, e il loro ritorno non ha il sapore rassicurante della nostalgia. Non cercano di riportare il pubblico indietro nel tempo: dimostrano, piuttosto, quanto il loro linguaggio sia ancora necessario. Le
sonorità, radicate nel trip-hop, restano solide, pulsanti, massicce; i messaggi, invece, sembrano aver acquistato una incisività persino maggiore, quasi profetica. Si balla, certo, ma ogni ritmo porta con sé una domanda, un dubbio, una scelta, una presa di posizione. È una musica che costringe a guardare la realtà senza anestesia, anche quando le nostre riflessioni vengono sistematicamente osteggiate, ridicolizzate o considerate scomode. Quella tensione culturale, sociale e politica che ha attraversato gli anni Novanta, che ha saputo generare movimenti, idee e coscienze, oggi non può restare soltanto un ricordo. Deve tornare a essere presente, concreta, perché ne abbiamo un disperato bisogno. Viviamo un tempo oscuro, attraversato da nebbie dentro le quali riaffiorano mostri che credevamo sconfitti e relegati alla storia. Invece sono ancora qui, più reali, più famelici, più organizzati che mai. Per questo i Casino Royale scelgono di non arretrare di un passo. Salgono sul palco senza cercare compromessi, senza compiacere nessuno, indicando con lucidità da quale parte stare e con chi stare.
Ed è forse questo il lascito più importante della prima serata del P.I.F.: tre concerti diversissimi tra loro, ma uniti dalla stessa convinzione. Che la musica possa ancora essere un luogo di appartenenza comune, un gesto di libertà, un modo per ricordarci chi siamo prima che qualcuno provi, ancora una volta, a dirci chi dovremmo essere.






















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