“My(Rage)” è un album pervaso da atmosfere cinematografiche ed esoteriche, un richiamo costante al mondo dietro lo specchio, a quelle creature che sembrano osservarci, da sempre, dall’altro lato del velo: talvolta con noncuranza, altre volte con sinistra attenzione. Eppure, mentre attendiamo che qualcosa emerga dall’oscurità, scopriamo che non c’è alcun bisogno di interventi magici o soprannaturali perché l’orrore prenda forma. Siamo perfettamente capaci di generarlo da soli, trasformandoci in diabolici carnefici, in assassini senza scrupoli, in distruttori di città, in genocidi, in esseri incapaci di riconoscere qualsiasi forma di umanità e di bellezza.
Intanto, le trame elettroniche di “My(Rage)” si perdono nelle visioni nostalgiche degli anni Ottanta, dentro un passato che, osservato da questo torbido e bellicoso presente, ci appare, paradossalmente, più vivo, intenso, sensuale e seducente. Le continue evocazioni darkwave alimentano così un immaginario orrorifico nel quale vampiri, streghe e creature della letteratura gotica si palesano, improvvisamente, davanti ai nostri occhi. È come se Mylla Issues fosse una Mary Shelley dei tempi
moderni e ciò che un tempo prendeva vita attraverso carta e inchiostro avesse assunto, oggi, la forma di ritmiche incalzanti, di bassi sincopati, di pulsazioni elettroniche e di un’attitudine dark capace di inquietare e, nello stesso istante, di spingerci ad emozionarci. E dunque a vivere.
Le singole canzoni crescono, allora, come bolle oniriche, piccoli sogni che si dilatano, si rompono e finiscono per confondersi gli uni negli altri, componendo un unico, oscuro dancefloor. Uno spazio che può materializzarsi nella penombra di un locale oppure, semplicemente, tra le pareti delle nostre stanze. Perché, forse, è proprio questo il modo più positivo e costruttivo di esorcizzare la rabbia evocata dal titolo del disco: attraversarla, danzarla, trasformarla in una forza capace di ribaltare regole e divieti, norme e convenzioni.
Una rabbia che diventa tanto più necessaria quanto più la società intorno a noi appare intollerante, impaurita, crudele e morbosamente attratta dal controllo; una società che tenta di imporre alle persone comuni la propria idea di normalità e sembra voler spingere indietro le lancette dell’orologio, verso un’epoca senza diritti civili, verso processi sommari e nuove cacce alle streghe. Verso un tempo dominato dall’irrazionalità, nel quale tutto ciò che sfuggiva alla comprensione doveva, necessariamente, essere malvagio, abietto, nocivo.
Ed è qui che l’immaginario horror di My(Rage) finisce per rovesciarsi. I vampiri, le streghe, i fantasmi e le creature nascoste dietro lo specchio smettono quasi di farci paura, perché il vero orrore abita dalla nostra parte. Questa musica assume, quindi, un significato ulteriore: diventa spazio di espressione civile, voce delle correnti sotterranee che continuano a opporsi a una visione drammaticamente ostile della vita. E la rabbia, anziché consumarci, può diventare movimento, corpo, desiderio, passione. Può diventare musica.






















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