C’era qualcosa di obliquo, di volutamente fuori asse, nella visione degli Alice In Chains.
Un incantesimo tribale, ipnotico, che si avvolgeva su sé stesso come una spirale di fumo denso, claustrofobico, infernale e metallico. Un suono che non cercava redenzione facile, ma preferiva abitare il conflitto: amore e passione intrecciati all’odio e al rifiuto, il desiderio che scivola nella dipendenza, le droghe e i sentimenti tossici che diventano indistinguibili, sciogliendosi insieme nel sangue e nell’anima. Le loro canzoni sembravano provenire da un mondo di abusi e periferie interiori, di autocommiserazione e nichilismo, di estati immaginarie e sogni ad occhi aperti che durano il tempo di una jam session energica ed elettrica, prima di esplodere in distorsioni capaci di marchiare a fuoco un’intera generazione.
Gli anni Novanta sono rimasti vivi e pulsanti anche per questo: perché non erano solo un’epoca, ma una condizione emotiva. Là fuori c’erano i Tool, i Rage Against The Machine, i Soundgarden. C’erano tour massacranti, velocità vertiginose, piccoli demo incisi su nastri consunti, registratori a quattro tracce che catturavano l’urgenza prima ancora della forma. Era un mondo ancora analogico e sudato, improvvisato e vissuto fino all’osso, dove l’errore non veniva corretto ma lasciato respirare, perché era parte integrante della verità.
All’inizio tutto avveniva nell’ombra. I media e le major non avevano ancora costruito il morboso folklore grunge, non avevano incasellato quelle band in un’estetica riconoscibile e vendibile. Quello che esisteva era semplicemente hard-rock oscuro e schizofrenico, un suono che mostrava, senza filtri, le proprie inquietudini strumentali e il proprio desiderio di evasione, tornando ad un blues dell’anima che preferiva raccontare il dolore, la delusione, la dipendenza, piuttosto che celebrare gli eccessi patinati e le leggende vertiginose degli anni Ottanta del rock americano. Era una musica divergente, appassionata, naturale, che non chiedeva permesso e non cercava alibi.
Le vicende musicali si sovrapponevano, continuamente, a quelle umane. Storie di solitudine e incomprensione, di abusi e crolli emotivi che avrebbero dovuto restare personali e privati, ma che i media voraci trasformavano in mito, in moda, in prodotto commerciale e radiofonico. La sofferenza diventava narrazione, il disagio veniva spettacolarizzato, mentre chi lo viveva davvero restava intrappolato in un’esposizione che non lasciava scampo. “Jar of Flies” nasce esattamente in questo punto di frattura. Sette brani soltanto, ma sufficienti a contenere un intero universo emotivo. Un EP che dimostra come l’ispirazione e la magia di un momento possano trasformarsi, improvvisamente, in mesi di strazio e riverberi distruttivi. Eppure, dentro quelle canzoni, resta viva la visione di un viaggio possibile: verso un mondo migliore, verso un sud liberatorio, lontano dalle finzioni e dalle lacrime, dalle brutte giornate e dalle maschere imposte.
Non più sul limite pericoloso della follia.
Non più sotto i raggi di un Sole gelido, che non ama e non riscalda.
Forse perché siamo noi, con le nostre menzogne, le nostre cattiverie, i nostri vizi e i nostri disturbi, a diventare una superficie insensibile e riflettente, incapace di assorbire il calore. Forse siamo noi a privarci di quell’amore, di quell’amicizia, di quella bellezza che pure esistono, lì attorno, a portata di mano. “Jar of Flies” non offre soluzioni, ma indica una mancanza fondamentale: il bisogno di non sentirsi soli. Di combattere insieme, invece che consumarsi isolati. Di cercare insieme un luogo che non sia solo un rifugio temporaneo, ma qualcosa da poter chiamare davvero casa.
“We chase misprinted lies
We face the path of time
And yet I fight, and yet I fight
This battle all alone
No one to cry to
No place to call home”
È in questi versi che l’EP trova il suo cuore più nudo: la consapevolezza che la battaglia più dura non è contro il mondo, ma contro l’idea di doverla affrontare da soli.


























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