Hanno provato a fermarli in ogni modo possibile. A zittirli, screditarli, intimidirli. Hanno chiamato in causa la polizia, agitato i politici come manganelli, evocato il potere economico e mediatico, tirato per la giacca persino il Primo Ministro. Ma hanno fallito. Miseramente. Perché i Kneecap non sono solo una band: sono una crepa che si allarga nel muro del consenso, un rumore che non può essere isolato, l’incarnazione di ciò che il punk è sempre stato quando smette di essere estetica e torna a essere necessità.
“Liars Tale” non è un semplice video musicale: è un’allucinazione politica, un’incursione nel nostro presente malato. Le immagini rosso fuoco bruciano la retina, le ambientazioni aliene e stranianti sembrano provenire da un futuro che, in realtà, è già qui. In questo paesaggio infernale compare Maggie Thatcher, ridotta ad uno zombie. Una scelta tutt’altro che simbolica: la sua politica, la sua idea di società, sono sempre state morte in partenza. Feti disumani, senz’anima, che hanno continuato a crescere morbosamente, a prosperare, a moltiplicarsi fino a infestare il presente. Oggi quei cadaveri camminano ancora, con altri nomi e altri volti: Keir Starmer, Benjamin Netanyahu, Donald Trump. Zombie di potere, folli e criminali, che amministrano la morte con il linguaggio della normalità.
“Fuck Keir Starmer / Netanyahu’s bitch and genocidi harmer.“
I Kneecap non lasciano spazio ad interpretazioni comode. Il loro messaggio è netto, il loro impegno è totale. Non cercano compromessi, non trattano e non accettano mediazioni. Non vogliono accordi al ribasso, né scorciatoie morali. Non chiudono gli occhi, non si rifugiano nei propri privilegi, non vanno avanti fingendo che tutto sia normale. Perché non lo è.
Il video è lo specchio del nostro tempo: un presente assurdo, violento, selvaggio. Un’epoca in cui predatori ed assassini dettano legge, massacrano per profitto, accumulano ricchezze e potere sulle macerie dei corpi delle persone innocenti ed indifese. È il regno del caos e della malvagità istituzionalizzata. A tutto questo i Kneecap rispondono con energia pura: rap senza sconti, sonorità hip‑hop abrasive, attitudine punk nel senso più radicale del termine. Rabbia e sarcasmo, verità e satira. Musica come arma impropria, scagliata contro il sistema di prevenzione, di cancellazione e di controllo.
Un sistema governato da media‑puttane, incapace di arginare l’onda reale che li travolge: festival, piazze, corpi in movimento. Primavera Sound, Roskilde, Reading e Leeds. E molti altri ancora, inevitabilmente. Perché quando la verità trova una voce collettiva, nessun algoritmo riesce a soffocarla.
Viviamo in un medioevo venturo, dove la verità deve essere urlata e la realtà continuamente rammentata. Altrimenti accadrà – sta già accadendo – che un esercito di speculatori edilizi, di banditi in giacca e cravatta, sgherri con le divise delle forze dell’ordine, costruisca resort, palazzi, alberghi e grattacieli sopra le vite distrutte. Sopra i luoghi dove le persone vivevano. Sopra i luoghi dove le persone sono state brutalmente ammazzate. Sopra i luoghi dove i bambini muoiono ancora di freddo e di fame, sotto lo sguardo iniettato di sangue e follia del mondo, del maiale della Casa Bianca e dei neo‑nazisti dell’IDF, braccio armato di quel dannato ratto chiamato Bibi.
Il tempo, allora, è quello della reazione. Reazione contro i tempi sinistri che avanzano. Contro le nuove destre xenofobe. Contro i Tory travestiti da Laburisti. Contro le canaglie dell’ICE. Contro le polizie squadriste. Contro governi che tornano a praticare politiche di colonizzazione mentre fingono di parlare il linguaggio dei diritti.
A tutto questo il prossimo disco dei Kneecap risponde evocando i Fenian, i guerrieri del folklore irlandese. Non come nostalgia, ma come simbolo universale di resistenza: di chi si oppone alla distruzione della propria cultura, della propria storia, delle proprie tradizioni, delle proprie case. Mentre governi, istituzioni, parlamenti ed organizzazioni internazionali tessono trame di menzogne senza scrupoli.
“Liars Tale” è un atto d’accusa e una chiamata alle armi culturale. È punk perché non chiede permesso. È punk perché disturba. È punk perché dice la verità quando mentire sarebbe più conveniente. E oggi, più che mai, abbiamo bisogno di questo rumore.



![Red, Pinhdar [video]](https://www.paranoidpark.it/wp-content/uploads/2026/02/PINHDAR-1-140x90.jpg)






















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