Un mondo di sfumature folk-rock, uno spazio intimo ma, contemporaneamente, deciso a riversarsi in trame sonore che cercano un contatto autentico: una proiezione emotiva dei propri stati d’animo, un confronto con gli altri, non più creature ostili e indistinte, appartenenti a un mondo cattivo e competitivo, ma esseri identici a noi, con le medesime preoccupazioni, le stesse paure e un fardello di ricordi che, a volte, facciamo fatica a portarci dentro.
Tutto ciò dona al disco di Coleen un dinamismo particolare, capace di spingere le sue atmosfere sognanti verso un territorio elettrico e consumato, disseminato dalle rovine degli amori passati, dalle macerie degli abbandoni patiti, dalle lacrime che si sono solidificate fino a diventare pesanti come le pietre. E poi ci sono tutte quelle parole, i discorsi, le urla e i sussurri che sono trascorsi come primavere troppo precoci, trasformandosi nei tagli che ci portiamo ancora addosso e che non vogliono proprio saperne di cauterizzarsi.
Forse anche perché, in fondo, non vogliamo davvero che accada. Preferiamo aggrapparci a quelle ferite ogniqualvolta ne sentiamo il bisogno, tuffandoci in un mare di ricordi e di echi del passato nel quale ci sembra di non avere più bisogno di respirare. E restiamo lì, in attesa che il brutto tempo passi, che la tempesta faccia il suo dovere, che le frasi fatte e gli slogan invecchiati male vengano pronunciati ancora una volta. Poi torniamo a presentarci davanti alla fatidica porta, a rivendicare ciò che rimpiangiamo, ciò che abbiamo trascurato, deluso o scordato e che adesso, finalmente liberi da preghiere e bugie, possiamo trovare il coraggio di chiedere.
Probabilmente, è un cerchio che si chiude, lasciando però alcune domande sospese tra i brani del disco, dubbi che ciascuno affronterà a modo proprio e che Coleen trasforma in sentieri sonori indie-folk, vecchie stagioni, case lasciate alle spalle e bambini che muovono i primi passi verso il futuro. Mentre loro avanzano, noi continuiamo a fare i conti con ciò che abbiamo fatto, con questo presente e con tutte le strade che non abbiamo imboccato quando ne avevamo la possibilità. Ma forse non è ancora troppo tardi per essere qui.
Forse basta una chitarra che risuona da una stanza vicina, una finestra lasciata aperta, mentre fuori comincia a fare freddo, qualcuno che cammina lungo una strada di campagna senza sapere, esattamente, dove porterà. “Almost Too Late to Be Here” sembra abitare proprio quell’istante: quando il passato continua a chiamarci per nome, il futuro è soltanto una luce lontana tra gli alberi e noi rimaniamo nel mezzo, con le scarpe sporche di terra e qualche vecchia canzone nelle tasche, finalmente disposti ad accettare che non tutte le ferite debbano guarire per permetterci di riprendere il cammino.






















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