Elli De Mon porta a compimento il viaggio sonoro, mistico e spirituale iniziato con “Raìse”, e lo fa tornando alla terra, al corpo vivo della propria origine. Un ritorno che non è nostalgia, ma evocazione. Non è rifugio, ma un atto necessario. Come già accaduto a Santorso, il cammino approda su una vetta che è molto più di un luogo: il monte Summano si fa presenza, divinità antica, madre e testimone. Una montagna-dea che respira nelle due tracce, “Monte Orco” e “Late Bianco”, e che diventa punto di contatto tra la narrazione personale e il paesaggio collettivo, tra la memoria e il suono, tra il folk-rock viscerale, che pervade le canzoni, e una spiritualità che non ha bisogno di templi.
Qui, la musica si fa rito. Un rito laico, necessario. Un rito dedicato alle donne. E, soprattutto, a quelle donne che attraversano – per scelta o per necessità – l’esperienza dell’interruzione di una gravidanza. Un territorio fragile, spesso silenzioso, quasi sempre attraversato da giudizi esterni che non riconoscono né il peso, né la profondità di ciò che pretendono, arrogantemente, di giudicare. Elli De Mon non racconta, ma custodisce. Non spiega, ma accoglie.
Perché attorno a questo gesto intimo e lacerante si muove da sempre un coro stonato di voci estranee: istituzioni, figure pubbliche, poteri più o meno espliciti che, invece di ascoltare, impongono. Che, invece di comprendere, regolano. Che, dietro la maschera di una morale interessata, difendono, in realtà, privilegi, consenso, controllo. Un sistema che si insinua nei corpi e nelle scelte, che pretende di normare il dolore e che utilizza anche la violenza – simbolica e concreta – pur di mantenere il proprio dominio.
A questa logica di sopraffazione, Elli oppone qualcosa di radicalmente diverso. Oppone la montagna. Il monte Summano diventa, allora, rifugio e resistenza. La sua ombra è blues, è calda, è viva. Non giudica e non impone, ma comprende. Nelle sue pieghe si depositano storie antiche, volti dimenticati, leggende che si rinnovano di generazione in generazione. Ma anche tante, troppe ferite e cicatrici: tracce di ingiustizie, di crudeltà, di dolori e di soprusi che l’umanità ha inflitto a sé stessa, spesso nel nome del potere sociale, politico o religioso.
È una memoria che pesa, ma che non schiaccia. Perché, da quella stessa terra, nasce un’alternativa. Una figura altra. Una presenza che Elli evoca con delicatezza, forza ed elettricità: la dea della montagna. Nume tutelare, madre arcaica, principio che non domina, ma genera. È lei a offrire riparo. È lei a restituire dignità. È lei a proteggere ciò che è fragile senza mai pretendere di possederlo o piegarlo al proprio volere. E poi c’è quel latte bianco, quel latte primordiale che diventa immagine potentissima: nutrimento, origine, possibilità. È la sostanza che attraversa il buio e lo feconda, che raggiunge i semi nascosti e li prepara alla vita, senza forzarli, senza reclamarli, senza costringerli.
Un gesto puro, libero. In questo, “Monte Orco” non è solo un progetto musicale: è un atto politico nel senso più profondo e necessario del termine. È una presa di posizione che non urla, ma risuona. Che non impone, ma libera. E, soprattutto, restituisce alle donne ciò che troppo spesso viene loro sottratto: il diritto di essere ascoltate, comprese, rispettate. Il diritto di scegliere. Il diritto di esistere, senza dover chiedere permesso.






















Comments are closed.