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Parco Paranoico

Roger Waters: Noi e Loro

Mik Brigante Sanseverino Settembre 6, 2026 Anniversari Nessun commento su Roger Waters: Noi e Loro

Ci sono artisti che attraversano il proprio tempo e altri che, invece, scelgono di mettersi di traverso. Roger Waters appartiene, da sempre, alla seconda specie. Ha fatto della propria musica un luogo emotivo nel quale la bellezza, raramente, concede riparo: piuttosto interroga, accusa, condanna, scava sotto le macerie della Storia alla ricerca degli esseri umani che vi sono, purtroppo, rimasti sepolti.

Forse, proprio per questo, oggi, 6 settembre, il punto da cui partire non può che essere “Comfortably Numb Re-Imagined“, nella versione condivisa con la cantante palestinese Mona Miari. Una canzone nata dentro “The Wall” ritorna, decenni dopo, più lenta, spoglia, oscura e funerea. Il torpore evocato dal titolo non è più soltanto quello di Pink, chiuso dietro il proprio muro, ma è quello di un mondo, che ha imparato a guardare la sofferenza e il dolore attraverso uno schermo, fino a non sentire più nulla. E accanto alla voce invecchiata di Waters, quella di Miari restituisce alla musica qualcosa che nessun arrangiamento potrebbe fabbricare: umanità, testimonianza, memoria. È da qui che possiamo entrare nell’universo visionario, sociale e politico di Roger Waters. Dal rifiuto dell’anestesia.

In “Déjà Vu“, Dio non è più in grado di riconoscersi nell’opera che ha creato. Guarda guerre, profughi, lacrime, violenze, esseri umani lasciati ai margini e sembra chiedersi quale divinità potrebbe tollerare tutto questo male. È una preghiera pronunciata da chi ha smesso di aspettarsi risposte dal cielo. Perché, nell’opera di Waters, le responsabilità finiscono sempre per tornare sulla terra.

E sulla terra c’è una ferita che viene prima di tutte le altre. “When the Tigers Broke Free” è la chiave per comprendere tutto ciò che verrà dopo. Eric Fletcher Waters, padre di Roger, morì ad Anzio nel 1944, quando suo figlio aveva pochi mesi. Dietro le grandi costruzioni politiche, i muri, i maiali, i cani, le pecore e i bombardieri esiste, dunque, un’assenza privata: un bambino cresciuto con una fotografia al posto di un padre. La Storia, prima di diventare ideologia, gli era entrata in casa.

Da quella mancanza nasce anche il bisogno di protezione. Ma in Waters persino l’amore può trasformarsi in prigione. “Mother” racconta una madre che vuole difendere il figlio dal mondo, costruendo, intorno a lui, un muro abbastanza alto da impedirgli di vivere. È uno dei passaggi fondamentali della sua poetica: il potere non arriva sempre con gli stivali. A volte accarezza, rassicura, promette sicurezza. E proprio mentre protegge comincia a controllare, a manipolare, a scegliere al tuo posto.

Poi arriva il cielo. In “Goodbye Blue Sky” è ancora quello visto dagli occhi di un bambino, ma improvvisamente attraversato dagli aeroplani. L’azzurro diventa minaccia, l’innocenza viene oscurata dall’ombra della guerra. Poche immagini, quasi una filastrocca spezzata, per raccontare ciò che Waters continuerà a ripetere per tutta la vita: dietro ogni strategia militare esistono esseri umani che guardano il cielo trasformandolo in un campo di battaglia e di morte.

Crescendo, il bambino incontra il sistema. E il sistema ha i denti di “Dogs“. Nel mondo di “Animals” bisogna correre, mentire, tradire, uccidere, imparare quando colpire e quando, invece, sorridere. Gli uomini diventano cani addestrati alla competizione più agguerrita e infame, convinti di essere vincitori, mentre, in realtà, consumano la propria esistenza servendo la macchina che, infine, quando saranno vecchi e stanchi, li abbandonerà. È il capitalismo secondo Waters: non soltanto un sistema economico, ma una pedagogia della ferocia e della brutalità.

Quando quella ferocia diventa paura, bisogna correre più veloce. “Run Like Hell” possiede l’energia di un inno da stadio, ma dentro pulsa qualcosa di profondamente sinistro. La folla, l’autorità, la persecuzione, il fascismo immaginario di Pink: Waters mostra quanto rapidamente la frustrazione individuale possa trasformarsi in folle violenza collettiva. Il muro costruito per difendersi dal mondo diventa il muro dietro cui nasce il carnefice.

E quando la violenza viene organizzata, finanziata e raccontata bene, può perfino diventare spettacolo. In “Perfect Sense, Parts 1 & 2“, la guerra assume la grammatica dell’intrattenimento. Missili, denaro, pubblico, telecronaca, spettacolo: l’assurdo diventa perfettamente sensato perché qualcuno ha imparato a venderlo. È una delle intuizioni più feroci di Waters: una civiltà può abituarsi a qualsiasi barbarie, purché venga confezionata nel linguaggio giusto.

Ma sotto lo spettacolo rimane sempre qualcuno che muore. “The Gunner’s Dream” è il contrario del suo apparente proclama. È un sogno sussurrato, mentre un uomo precipita, da solo, verso la morte: immaginare un luogo in cui nessuno venga brutalmente sacrificato, dove la dignità non sia un lusso e la violenza non rappresenti l’ultima parola degli esseri umani. Qui emerge il Waters più autentico. Dietro l’uomo accusato tante volte di essere rabbioso, provocatorio, divisivo, esiste un ostinato desiderio di pace. La sua rabbia nasce dalla distanza fra quel sogno e il mondo reale. il nostro mondo attuale.

Nel mondo reale, però, ci sono anche le pecore: “Sheep“. Le pecore obbediscono, pascolano, seguono. Finché smettono di farlo. Waters trasforma persino il Salmo 23 in una distopia politica: religione, conformismo e potere vengono rovesciati fino all’insurrezione. Nessun sistema è eterno quando chi lo alimenta comprende di essere sacrificabile.

E sopra quel sistema siedono uomini con nomi e cognomi. “The Fletcher Memorial Home” è una delle fantasie politiche più amare di Waters: rinchiudere leader, governanti, presidenti, primi ministri e signori della guerra in un ospizio immaginario, lontani dal resto dell’umanità, lasciandoli giocare con i propri arsenali senza poter più sacrificare nessun altro. Il cognome Fletcher non è casuale: ancora una volta il padre ritorna. Ancora una volta la geopolitica finisce dentro una fotografia di famiglia.

Prima ancora dei governi, però, l’obbedienza viene insegnata. “Another Brick in the Wall, Part II” è diventata così celebre da rischiare di essere ascoltata senza sentirne più la violenza intrinseca. La scuola di Waters non educa: uniforma. Umilia, disciplina, violenta, produce mattoni intercambiabili. Il bambino impara presto che esistono istituzioni capaci di chiamare formazione ciò che somiglia, terribilmente, all’addestramento militare.

Poi quei bambini crescono. Alcuni premono pulsanti. “The Bravery of Being Out of Range” contiene già nel titolo un’intera teoria della guerra moderna: il coraggio di uccidere restando abbastanza lontani da non vedere il volto di chi muore e da non sentire l’odore del suo sangue. Tecnologia e distanza rendono la violenza sempre più pulita per chi la esercita. Non ci sono più sangue, urla, corpi, strazio: soltanto coordinate, bersagli, immagini.

È allora che appare la divisione fondamentale. “Us and Them“. Noi e loro. Forse nessuna espressione riassume meglio l’intera visione politica di Waters. Ogni guerra ha bisogno di questa grammatica elementare. Prima di uccidere qualcuno bisogna convincersi che appartenga a un’altra specie: “loro”. Altra nazione, altra classe, altra lingua, altra religione, altra cultura, altro sangue. La distanza umana precede quella delle armi. E una volta tracciata quella linea, tutto diventa più semplice e immediato.

“Picture That” porta questa logica nel presente e accumula immagini come fotogrammi impazziti: violenza, ricchezza, controllo, paura, guerra, bambini, privilegi. Guarda questo. E questo. E anche questo. Waters non offre consolazione; costringe l’ascoltatore a tenere gli occhi aperti. La domanda che attraversa il suo ultimo album rimane sospesa sopra ogni immagine: è davvero questa la vita che vogliamo?

Dopo tanta Storia resta una stanza. Dentro c’è Pink, c’è Syd, c’è Roger, ci sei tu, c’è l’uomo solo di “Nobody Home“. Televisione accesa, oggetti, abitudini, frammenti di identità e una solitudine smisurata. È importante arrivare qui, perché Waters non ha mai raccontato soltanto sistemi politici. Ha raccontato ciò che quei sistemi politici lasciano dentro le persone. Il muro definitivo non è quello costruito fra Stati o popoli o persone: è quello che finisce per attraversare l’individuo.

E alla fine rimane la mente. “Brain Damage” conduce tutto sul confine incerto fra la normalità e la pazzia. Chi decide chi è sano? Chi stabilisce quale comportamento sia accettabile? Chi e cosa è davvero folle: colui che non riesce più ad adattarsi al mondo oppure il mondo al quale gli viene chiesto di adattarsi?

Poi arriva “Eclipse“. E, improvvisamente, le divisioni sembrano dissolversi. Tutto ciò che tocchiamo, vediamo, amiamo, odiamo, perdiamo. Tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che saremo appartiene alla stessa fragile esperienza umana. Dopo muri, guerre, assassini senza scrupoli, cani, pecore, madri, padri morti, bambini spaventati e uomini soli, Waters arriva, paradossalmente, a qualcosa di vicinissimo all’unità. Forse è proprio qui il filo che attraversa tutta la sua opera.

Roger Waters ha trascorso una vita raccontando i muri perché non ha mai smesso di immaginare cosa potrebbe esistere senza di essi. Ha raccontato la guerra perché, da bambino, ne ha conosciuto l’assenza lasciata nella propria casa. Ha raccontato il potere perché dietro le sue astrazioni ha sempre cercato i corpi che ne pagano il prezzo. Ha raccontato i “noi” e i “loro” perché non ha mai accettato, completamente, quella congiunzione mancata. Ed è per questo che, oggi, a ottantatré anni, continua a essere una voce preziosa e scomoda contro il frastuono dell’indifferenza e contro ogni disumanità che pretende di trasformare vite, memoria, storia e cultura in qualcosa di sacrificabile.

Una voce che può piacere o irritare, dividere o ferire. Ma che continua a scegliere di non tacere. Perché, a volte, una voce non cambia il mondo. Ma impedisce al mondo di fingere di non vedere e non sapere quel che sta accadendo. A Gaza. E altrove.

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About The Author

Michele Sanseverino è un ingegnere elettronico amante della poesia, della letteratura, dei viaggi e della musica. Creatore della webzine musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e membro dello staff di Indie For Bunnies (www.indieforbunnies.com), ama raccontare la musica, i dischi, i luoghi, i concerti, senza mai perdere di vista il nostro presente. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli pubblicati su Paranoid Park ed Indie For Bunnies che ripercorrono un po' del nostro cammino dalla fine della pandemia. Altre raccolte di poesia: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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