La realtà, di per sé, può essere un luogo feroce, sfiancante, spesso disumano. Ma la sua controparte virtuale — quella dimensione parallela in cui fingiamo di rifugiarci per sfuggire al peso del mondo — è diventata qualcosa di ancora peggiore: una discarica emotiva e morale colma di menzogne, di cattiveria organizzata, di ipocrisia sistemica e di mistificazione permanente. Un universo dove tutto viene semplificato, urlato e distorto, fino a perdere qualsiasi residuo di verità.
Il punto, però, è più doloroso di quanto siamo disposti ad ammettere: abbiamo accettato tutto questo. Abbiamo permesso a persone terribili — in Gran Bretagna come altrove — di colonizzare le nostre esistenze, di condizionare il nostro immaginario, di rendere il mondo più instabile, più insicuro, più frammentato e, soprattutto, più ingiusto. Quelle stesse persone, insieme ai loro sodali, ai loro figli, ai loro eredi naturali, politici ed ideologici, sono ancora lì: a governarci, a controllarci, a stabilire ciò che è lecito e ciò che non lo è, mentre si spartiscono il potere reale — economico, militare, sociale — lasciando ai disperati soltanto briciole, illusioni e qualche slogan da masticare.
“The Demise Of Planet X” è la traduzione sonora di questo stato di cose. Gli Sleaford Mods continuano a fare ciò che sanno fare meglio: mettere in musica l’impotenza, il malessere, la frustrazione
e la delusione collettiva attraverso uno spoken-word corrosivo, attraverso beat elettronici minimali, incursioni hip-hop e un’attitudine irriverente, anti-retorica, ostinatamente punk ed antagonista. Jason Williamson sputa parole come schegge, Andrew Fearn costruisce impalcature sonore scarne, ossessive e claustrofobiche. Due persone, un microfono e un pc. Nient’altro. Eppure basterebbe questo per raccontare il nostro tempo. Perché gli Sleaford Mods potrebbero essere chiunque. Sono chiunque. Sono il vicino di casa, il lavoratore precario, l’osservatore stanco, ma ancora lucido che guarda lo scempio apocalittico verso cui ci stiamo muovendo a velocità sempre più folle. Non offrono soluzioni, non dispensano conforto e non cercano scuse, ma si limitano a puntare il dito, a indicarci la ferita mentre sanguina e a farci ascoltare il rumore del collasso.
E se la Gran Bretagna appare oggi come un Paese marginale, intossicato, drogato da anni di pessima propaganda, paure indotte e fantasmi mai esorcizzati, stritolato tra la commiserazione e l’intolleranza, viene spontaneo chiedersi quale possa essere il peso specifico di una nazione periferica come l’Italia, schiacciata da dinamiche simili, ma con ancora meno anticorpi culturali. Un luogo dove il declino viene normalizzato e l’apatia elevata a forma di saggezza.
Certo, criticare è facile. Prendersela con qualcun altro è sempre l’opzione più comoda. Rinchiudersi nel proprio guscio e fingere indifferenza, può sembrare la soluzione più conveniente. Ma intanto le persone si abbruttiscono, il linguaggio si impoverisce, la cultura diventa un’ombra sbiadita di ciò che era. Il declino ridisegna una società sempre più meschina, corrotta, violenta, bugiarda e xenofoba, mentre concetti come unità, impegno, conoscenza vengono derisi come residui di un mondo vecchio, di un ordine che diciamo di disprezzare. Nel frattempo, fingiamo di credere che il caos assoluto e incontrollato sia libertà. Ma è una libertà drogata, falsata, predatoria. Una libertà che — come ci mostrano il tronfio trombone Trump, il movimento MAGA, l’ICE e tutta la loro compagnia di giro — coincide semplicemente con la libertà di prendere ciò che si vuole e distruggerlo. Gli Sleaford Mods non ci salvano da tutto questo. Non possono farlo, ma ci costringono a guardarlo in faccia, senza filtri, senza anestesia. Ed è già moltissimo.



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