giovedì, Febbraio 12, 2026
Il Parco Paranoico

Il cielo su Torino: insegne senza simboli

Mik Brigante Sanseverino Febbraio 2, 2026 Luoghi Nessun commento su Il cielo su Torino: insegne senza simboli

La tensione ha sempre fatto comodo a chi governa.

È una leva antica, collaudata, quasi infallibile: quando la realtà si fa confusa, quando il rumore prende il posto delle parole, diventa più semplice irrigidire le leggi, invocare l’ordine, sospendere il pensiero critico. L’emergenza — vera o costruita — è il grande anestetico collettivo. Serve a coprire gli errori, a rimuovere promesse elettorali ormai evaporate, a trasformare l’inconsistenza in necessità storica. Perché non dobbiamo mai dimenticarlo: quando vince il caos, chi comanda si sente autorizzato a smettere di spiegare. 

Gli eventi di Torino, la manifestazione a sostegno del centro sociale Askatasuna, l’aggressione di manifestanti incappucciati a un poliziotto, non sono un’eccezione, né un incidente isolato. Sono il sintomo. L’ennesimo frammento di un Paese che vive ormai in una tensione permanente, dove ogni episodio diventa, immediatamente, simbolo, arma, giustificazione.

Ma chi dobbiamo ringraziare per questa situazione? La risposta è scomoda: molti. E, in parte, anche noi stessi.

Da un lato, continuiamo ad aggrapparci a realtà superate, a categorie politiche e culturali che potevano avere un senso trent’anni fa, ma che oggi sopravvivono come riti svuotati. La controcultura, per molti — per troppi — non è più una pratica reale, ma una posa permanente. Un’estetica della ribellione che non produce alternative, ma solo riconoscibilità.

Nel frattempo, però, il terreno dello scontro reale è cambiato radicalmente: oggi il conflitto passa dalle competenze tecnologiche, dall’accesso ai saperi, dalla capacità di cooperare, di condividere conoscenze, di costruire reti associative efficaci. Passa anche — che lo si voglia o no — dal mercato, quando questo è regolato, etico, responsabile.

Molti spazi che si dichiarano antagonisti restano, invece, ancorati a ideologie vetuste e finiscono per offrire solo rifugio a figure opache: professionisti della protesta, caricature della ribellione, custodi di slogan stanchi, ripetuti fino alla nausea. Un linguaggio fossilizzato che non costruisce nulla, non apre possibilità, non parla più a nessuno se non a sé stesso.

A questi luoghi comuni si aggrappano, troppo spesso, anche le forze politiche che si definiscono progressiste, comprese quelle della sinistra liberale. Una sinistra che ha smarrito il coraggio di scegliere, di dividere, di assumersi responsabilità. Sempre intenta a mediare, a rassicurare, a non scontentare nessuno — riuscendo, puntualmente, a non convincere nessuno. Nel momento in cui si rinuncia al conflitto sociale per paura di essere accusati di radicalismo, si abbandonano proprio i ceti più fragili, quelli che avrebbero più bisogno di rappresentanza. Si rincorre un elettorato astratto, indefinito, e si sostituisce la politica con una lingua manageriale o moraleggiante, fredda, impersonale, vuota.

Si parla di diritti senza mai accusare il vero potere.

Si parla di inclusione senza mai nominare la redistribuzione delle ricchezze.

Si parla di futuro senza occuparsi seriamente del lavoro, delle sue trasformazioni, dei suoi processi, delle sue ingiustizie quotidiane.

Questi partiti, collocati più o meno a sinistra, non ambiscono più a modificare la realtà: si limitano a commentarla. Arrivano sempre dopo, quando il danno è fatto, quando la rabbia si è già organizzata altrove, quando restano solo scuse tardive e dichiarazioni impotenti.

Nel frattempo, altri partiti — più o meno sovranisti, più o meno patriottici, più o meno conservatori, più o meno di destra — occupano il vuoto. Ma è un errore clamoroso gridare al ritorno dei fascismi storici o evocare, meccanicamente e stupidamente, le forme di resistenza del passato. Non siamo davanti a un autoritarismo nel senso novecentesco del termine. È qualcosa di diverso, e forse peggiore: governi mediocri, guidati da una classe dirigente improvvisata, impreparata, priva di qualsiasi visione. Un potere che sfrutta il disordine per coprire la propria inadeguatezza e che utilizza la paura come scorciatoia comunicativa.

Non fascisti tragici e ideologici, ma asini.

Bugiardi per convenienza, presuntuosi per ignoranza.

Politici che confondono la brutalità con il decisionismo, la repressione con la forza, la propaganda con il governo.

In un sistema ormai fragile, tossico, bellicoso e superficiale come il nostro, questo modo di agire non può che alimentare ulteriori fratture. Altre paure. Altri nemici da indicare. Mai soluzioni. Mai un progetto. Mai un futuro credibile per le generazioni che verranno.

E la verità più difficile da accettare è che noi siamo tutto questo.

Anche quando ci chiamiamo fuori, anche quando ci rifugiamo nel disgusto o nel disincanto, restiamo parte del problema. Perché il rifiuto, da solo, non è mai neutrale: diventa complicità. Il disgusto non cambia un Paese. Il disincanto nemmeno. Come ci ha insegnato, con le sue opere, Machiavelli, la rovina delle repubbliche non nasce esclusivamente dai cattivi, ma anche dall’inerzia dei buoni. Se chi potrebbe fare meglio sceglie di non farlo, il potere finirà, inevitabilmente, nelle mani dei peggiori.

La domanda, allora, è una sola. Che cosa vogliamo fare?

Useremo in modo costruttivo l’unico strumento che ancora abbiamo — il voto — per costringere questi partiti, vecchi e nuovi, a evolvere nei comportamenti, nelle proposte e soprattutto nelle persone? Oppure continueremo ad attendere, rassegnati, una punizione divina che ci condanni, dopo la morte, ad inseguire per l’eternità un’insegna vuota, senza simboli, senza senso, senza più alcuna pretesa politica?

Like this Article? Share it!

About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie Senza Parole: Cartografie Di Un Lato Nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: Riedizione Fluida" e "Frammenti Di Tempesta: Riedizione Fluida"

Comments are closed.