“And no one kills the children anymore.”
Una frase che suona come una preghiera laica, come un verso rubato a un futuro che non esiste. Un sogno fragile, quasi infantile nella sua purezza. Perché, purtroppo, nel 2026, questo resta soltanto un sogno. E continuerà a esserlo finché anche coloro che dovrebbero “sentire” di più — gli artisti, i musicisti, quelli che trasformano il dolore in un linguaggio universale — si lasciano scivolare dentro il fango brutale dell’odio. Quando persino chi dovrebbe creare ponti costruisce muri, quando chi dovrebbe dare voce all’umanità sceglie, invece, la disumanità, allora qualcosa si
spezza. Non è solo una caduta individuale: è una crepa più profonda, che attraversa tutto. Perché se anche queste persone cedono alla spirale dell’intolleranza, della crudeltà gratuita, della violenza cieca e della più banale stupidità, cosa possiamo aspettarci dagli altri?
Cosa possiamo aspettarci dai nostri avidi governanti? Dai nostri arroganti primi ministri? Dai generali, dai militari, dalle forze dell’ordine?
Se un uomo rivelatosi davvero piccolo, come David Draiman, arriva a divertirsi scrivendo parole sulle bombe — parole che pesano come macigni — sulle bombe che l’esercito israeliano sgancerà sui civili indifesi di Gaza, su donne, anziani, bambini… allora il problema non è più solo lui, il suo essere un piccolo stronzo razzista. È il mondo che lo rende possibile. È il mondo che lo guarda, che lo tollera, che, a volte, persino lo applaude.
Morte su morte. Distruzione su distruzione. E sopra tutto questo, una firma.
E allora cosa dovremmo aspettarci da figure come Benjamin Netanyahu, Donald Trump e compagnia bella? Nulla di diverso. Nulla di meglio. Loro non sono che la punta visibile di un iceberg enorme, cattivo, crudele e oscuro. Non sono la malattia: sono il sintomo più evidente, più mediatico, più rumoroso, più potente di qualcosa che scorre sotto la superficie. Una cultura della morte. Una cultura della sopraffazione. Una cultura dell’ignoranza che si traveste da forza. Una cultura che ha il sapore rancido del nazismo e che, rapidamente, sta penetrando ovunque.
Nei luoghi di lavoro. Nelle famiglie. Nelle scuole. Nel mondo dell’arte e della musica. Perfino nei luoghi di culto, dove l’odio dovrebbe essere bandito per definizione. È qui che la lettera di Roger Waters a Billy Corgan diventa qualcosa di più di uno sfogo. Diventa un atto di lucidità. Una linea tracciata con decisione.
Non abbiamo più tempo. E soprattutto, non possiamo più permetterci di sprecare le nostre energie migliori dietro a piccoli stronzi psicotici e razzisti. Quelle energie servono altrove. Devono essere raccolte, difese, indirizzate. Devono diventare impegno politico, critica pacifica, protesta, condanna ferma, voto consapevole. Devono diventare forza collettiva. Perché il vero nemico non è solo il piccolo e sciocco uomo che scrive sulle bombe. È il sistema che gli permette di farlo. È la catena che parte da lui e risale, anello dopo anello, fino ai vertici.
Ai grandi Maiali pinkfloydiani, ai potenti maiali — come il premier israeliano e i suoi ministri assassini, come il presidente americano e i suoi collaboratori vigliacchi — e ai piccoli maiali, come il frontman dei Disturbed, che pur di esistere nello spazio pubblico si aggrappano all’odio, lo cavalcano, lo trasformano in spettacolo. Un pennarello. Una bomba. Uno sguardo complice.
E no, noi non abbiamo più tempo da perdere con tutto questo. Non c’è più spazio per il confronto con questi beceri assassini, non c’è più spazio per l’illusione che basti parlare. Il suo pennarello può anche metterselo nel culo, assieme a quei soldati israeliani che lo osservano compiaciuti, assieme a tutti quelli che eseguono quegli ordini infami e sanguinari, assieme a quelli che quegli ordini li firmano dall’alto, ordini che saranno, per sempre, sporchi di sangue innocente.
Perché adesso il centro deve cambiare. Adesso il nostro pensiero, le nostre parole, i nostri sforzi devono andare altrove. Devono andare a chi soffre. A chi resiste. A chi viene cancellato ogni giorno nel silenzio o nel rumore delle bombe. Ai fratelli e alle sorelle di Gaza. E a tutti gli altri, ovunque. Perché un giorno quella frase — “and no one kills the children anymore” — smetta di essere un sogno. Perché non debbano più esistere bambini uccisi dalle bombe. Le stesse bombe su cui uno stronzo arrogante e fascista mette la sua firma. Testimone perfetto di tutti gli altri stronzi arroganti e fascisti che glielo permettono.







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